Il Decreto Ministeriale n. 77 del 23 maggio 2022, recante la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio Sanitario Nazionale, ha introdotto formalmente e a regime la figura dell’Infermiere di Famiglia e Comunità (Ifec). Non si tratta semplicemente di un operatore sanitario che si sposta dall’ospedale al domicilio, ma di un professionista chiave incaricato di fare da raccordo tra i bisogni di salute dei cittadini, le famiglie, i Medici di Medicina Generale, i Pediatri di Libera Scelta e i servizi sociali.
Le funzioni attribuite dal decreto a questa figura rispondono direttamente all’aumento della cronicità e dell’invecchiamento della popolazione:
- Presa in carico proattiva: Intercettare i bisogni di salute prima che sfocino in acuzie o in accessi impropri al pronto soccorso.
- Gestione della cronicità e della multimorbidità: Monitorare i pazienti affetti da patologie croniche direttamente a domicilio, garantendo aderenza terapeutica e continuità assistenziale.
- Educazione sanitaria e prevenzione: Promuovere corretti stili di vita e supportare i caregiver nella gestione quotidiana del malato fragile.
- Community building: Lavorare sul territorio attivando le reti sociali, il volontariato e le risorse della comunità per contrastare l’isolamento degli anziani e delle persone vulnerabili.
Il parametro quantitativo fissato dal DM 77/2022 prevede uno standard di almeno un Infermiere di Famiglia e Comunità ogni 3.000 abitanti, delineando un fabbisogno complessivo a livello nazionale che supera le 20.000 unità.
Lo stato di attuazione e le profonde disomogeneità regionali.
A distanza di anni dall’approvazione del decreto e con il raggiungimento delle scadenze collegate agli obiettivi di riforma della rete territoriale, l’applicazione del modello dell’Infermiere di Famiglia e Comunità sul territorio italiano mostra un quadro fortemente frammentato e disomogeneo.
- Il divario Nord-Sud e tra le Aziende Sanitarie: mentre alcune Regioni (specialmente nel Nord e nel Centro Italia) avevano già avviato percorsi di sperimentazione regionale anticipando il DM 77 — strutturando percorsi formativi dedicati e inserendo gli Ifec all’interno delle prime Case della Comunità —, molte altre realtà del Meridione registrano ritardi strutturali cronici. In questi contesti l’attivazione dei servizi territoriali procede a rilento, frenata da vincoli di bilancio, carenza di organico infermieristico e da una programmazione aziendale spesso sbilanciata ancora sul modello ospedaliero-centrico.
- Il nodo del sotto-dimensionamento rispetto ai target: nonostante l’inaugurazione formale di molte Case della Comunità, il raggiungimento dello standard numerico previsto (1 ogni 3.000 abitanti) è ancora lontano dall’essere completato. Spesso i professionisti operano in condizioni di grave sottodimensionamento numerico, costringendo i pochi infermieri attivi a gestire bacini d’utenza enormi e a rincorrere le urgenze domiciliari anziché praticare la prevenzione e la prossimità pianificata.
- La carenza di un riconoscimento giuridico ed economico contrattuale: il problema più critico risiede nella mancata valorizzazione contrattuale della figura. Nonostante il peso assistenziale e le responsabilità crescenti, l’ultimo Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (la cui preintesa è stata siglata nell’estate del 2026) ha di fatto ignorato l’Ifec, non definendo un profilo autonomo e lasciando irrisolti i nodi legati all’inquadramento economico e di carriera. Molti infermieri che svolgono funzioni specialistiche sul territorio continuano a essere inquadrati senza un reale rispecchiamento delle competenze avanzate agite quotidianamente.
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