Lasciare l’Italia in cerca di un’opportunità lavorativa, trovare stabilità e riconoscimento fuori dai confini nazionali, ma poi decidere di fare marcia indietro. È il percorso di Matteo e Marco, due infermieri originari di Tolentino, che dopo le esperienze in Germania e nel Regno Unito hanno scelto di tornare a lavorare nel loro territorio.
La fuga di cervelli e professionisti sanitari è un tema all’ordine del giorno, ma a volte le storie prendono una direzione inaspettata. Tra le pieghe delle partenze alla ricerca di un futuro migliore, esistono anche i racconti di chi, dopo aver vissuto e lavorato all’estero, ha deciso di fare un passo indietro e rientrare in Italia. Al centro di questa scelta ci sono motivazioni profonde: il legame con la propria terra d’origine e la salvaguardia della propria qualità della vita.
La scelta di Matteo: dalla Germania e dal “Rechts Der Isar” di Monaco al ritorno dopo il sisma
«Avevo 26 anni. Qui in Italia non trovavo lavoro. Non c’erano concorsi attivi, né in vista all’orizzonte. Così feci un corso di tedesco, raggiungendo una preparazione di livello B2 e partii per la Germania». Era il 2016 quando Matteo Renzi, originario di Tolentino, partiva senza sapere cosa lo aspettasse o quanto sarebbe durata la sua trasferta.
La Germania, all’epoca, cercava attivamente infermieri, specialmente italiani e spagnoli, considerati tra i più preparati d’Europa. Inserito nell’ospedale Rechts Der Isar di Monaco di Baviera, l’impatto iniziale non è stato semplice: «All’inizio è stata dura, perché nonostante questa folta presenza di stranieri, inizialmente i tedeschi sono un po’ diffidenti. Poi, però, nel momento in cui ti vedono impegnato e attento l’atteggiamento cambia. Da un certo punto in poi mi sono sentito uno di famiglia».
Tutto sembrava procedere al meglio, tanto che dopo appena sei mesi arrivò il contratto a tempo indeterminato. Poi, però, un evento drammatico ha fatto da spartiacque: il terremoto. «Preso anche da tanti sensi di colpa, non me la sono sentita di restare in Germania, e così sono rientrato».
Dopo vari spostamenti lavorativi sempre nel settore infermieristico, Matteo è oggi in servizio nella Clinica Oncologica dell’ospedale di Torrette ad Ancona. Un ritorno di cui, a volte, ancora oggi valuta i pro e i contro: «Ogni tanto ripenso a quella scelta, e mi chiedo se ho fatto bene. In Germania, in fondo, mi sono sentito apprezzato e lo stipendio era più alto che in Italia. Magari avrei fatto una carriera più rapida e migliore. Di fronte a quello che era successo, però, la spinta al rientro è stata più forte».
La storia di Marco: dal Regno Unito e i turni massacranti al rientro a Camerino
Percorso simile per Marco Nasnini, anche lui di Tolentino e infermiere, partito nel 2016 a 25 anni a causa della difficoltà a trovare un’occupazione in Italia. La sua meta è stata il Walsall Hospital di Birmingham, nel Regno Unito.
«Sono rimasto per circa un anno e mezzo. La retribuzione non era molto più alta che in Italia, ma non pagavo né alloggio, né le bollette delle utenze», racconta Marco, evidenziando inoltre come nel contesto britannico i passaggi di carriera e di fascia fossero decisamente più rapidi.
Nonostante i vantaggi iniziali, un insieme di fattori ha spinto anche lui a riconsiderare la propria vita: «La decisione di rientrare è dovuta anche a qualche problema familiare, ma soprattutto al fatto che, vista la carenza di personale, mi è stato chiesto di fare turni aggiuntivi. Certo, venivo pagato di più, ma la qualità della vita era compromessa. Così ho deciso di tornare in Italia». Oggi Marco lavora all’ospedale di Camerino.
Due storie diverse ma vicine, che raccontano quanto il fattore umano, i legami con il territorio e la ricerca di un equilibrio sostenibile tra lavoro e vita privata possano pesare, a volte persino più di uno stipendio più alto o di una carriera più rapida all’estero.
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