Il turno di lavoro supera le sei ore? Allora il buono pasto spetta di diritto, anche ai turnisti e a prescindere dai regolamenti interni delle aziende ospedaliere. A ribadirlo con forza è la Corte di Cassazione, che chiude definitivamente la porta alle vecchie scuse sulla continuità assistenziale.
Metti un turno in corsia che si protrae ben oltre la soglia critica delle sei ore. Metti la mensa aziendale irraggiungibile per via della turnazione o, peggio, un regolamento interno che esclude categoricamente i turnisti dal beneficio del buono pasto. Per anni, migliaia di infermieri hanno dovuto fare i conti con questa sperequazione. Oggi, però, le cose cambiano radicalmente.
Con l’ordinanza n. 24866 dello scorso 31 agosto, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha messo nero su bianco un principio che sa di svolta: per avere diritto al buono pasto conta unicamente la durata della prestazione lavorativa. Né l’articolazione in turni, né le difficoltà organizzative dell’ospedale possono giustificare un taglio a questo diritto.
La pronuncia arriva a seguito del ricorso presentato da un’azienda sanitaria pubblica, decisa a non pagare le spettanze a un infermiere che, tra il 2014 e il 2022, aveva collezionato ben 1.527 giornate di lavoro superiori alle sei ore senza poter mai accedere alla mensa. La Suprema Corte ha rigettato in pieno le pretese dell’azienda, condannandola anche al pagamento delle spese processuali e confermando quanto già stabilito dai giudici dei precedenti gradi di giudizio.
Un orientamento ormai blindato
Quella di fine agosto non è un’eccezione, ma il tassello di un mosaico che si va componendo con grande coerenza. È infatti la quinta pronuncia in poco più di un anno che naviga esattamente nella stessa direzione.
Basti pensare al precedente storico dell’ordinanza n. 25525 del 17 settembre 2025, nata dal ricorso di un gruppo di infermieri dell’ASP di Messina contro un regolamento aziendale discriminatorio. In quel frangente, i giudici avevano inquadrato chiaramente il buono pasto non come un semplice benefit, ma come un istituto di natura assistenziale, pensato cioè per tutelare la salute e il benessere psicofisico del dipendente. E avevano aggiunto un dettaglio cruciale: se la continuità del servizio rende impossibile l’accesso fisico alla mensa, il diritto si converte automaticamente nel buono pasto sostitutivo.
Una linea confermata a ripetizione nel corso del 2026 e sposata a pieno titolo anche dai tribunali di merito, da Savona a Gela, dove i giudici continuano a dare ragione ai sindacati e agli operatori sanitari.
Cosa cambia concretamente per chi lavora in ospedale.
La conseguenza pratica è dirompente. Per l’infermiere di corsia la parola “turnista” smette di essere un’etichetta discriminante. Non importa se la pausa si è ridotta a un panino al volo o a un caffè preso davanti al monitor del reparto: se l’orario giornaliero supera le sei ore, il buono pasto è dovuto.
Il castello di carte su cui molte aziende sanitarie hanno fondato i propri risparmi – aggrappandosi all’esigenza della continuità assistenziale per giustificare i tagli – crolla sotto il peso di una logica opposta: proprio perché la continuità del servizio ti impedisce di andare in mensa, lo Stato (e la giurisprudenza) ti riconoscono lo strumento sostitutivo.
Ora la palla passa alle direzioni del personale, che dovranno necessariamente rivedere regolamenti interni ormai obsoleti ed evitare il rischio di pesanti condanne economiche, aggravate dalle spese legali accumulate nei vari gradi di giudizio.
Come muoversi per recuperare gli arretrati.
Chi si ritrova nella stessa situazione e vuole far valere i propri diritti deve prima di tutto armarsi di pazienza e documenti alla mano. I cartellini e i tabulati delle timbrature rappresentano l’unica vera prova regina per dimostrare, giorno dopo giorno, il superamento della soglia oraria.
Dal momento che la questione dei termini di prescrizione e dei periodi recuperabili è complessa – complessa a causa della doppia anima (assistenziale o retributiva) del buono pasto – il consiglio unanime degli esperti è quello di muoversi tempestivamente. Affidarsi al supporto del proprio sindacato o di un legale specializzato in diritto del lavoro resta la mossa più saggia per evitare che le annualità più remote vadano irrimediabilmente perdute.
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