La figura dell’assistente infermiere, introdotta da un Accordo Stato-Regioni e recepita nel contratto collettivo di ottobre 2025, non è ancora entrata nei reparti. Nel frattempo, il Tar Lazio ha bocciato il ricorso dei sindacati contrari: ecco cosa è successo e cosa succederà ora.
A quasi un anno dalla sua istituzione formale, la figura dell’assistente infermiere non ha ancora varcato la soglia di nessuna azienda sanitaria italiana. Nessun concorso pubblico compare sui siti delle Asl, nessun professionista con la nuova qualifica è stato assunto. Eppure la normativa c’è, il contratto collettivo nazionale pure, e ora anche un pronunciamento giudiziario ha confermato la legittimità del percorso intrapreso.
La vicenda, diventata ormai un caso di scuola sulla contrattazione collettiva in ambito sanitario, ha visto un nuovo capitolo il 14 agosto scorso, quando il Tar Lazio ha dichiarato inammissibile e non fondato il ricorso presentato da Nursing Up contro il decreto che ha istituito il nuovo profilo.
Una figura annunciata, ma mai vista
Il percorso istitutivo dell’assistente infermiere è stato lungo e travagliato: due Accordi Stato-Regioni, un Dpcm di recepimento pubblicato nel giugno 2025, l’inserimento nel Ccnl del Comparto Sanità del 27 ottobre 2025. Nonostante tutto questo, a oggi il profilo risulta completamente assente dalle aziende sanitarie.
Il motivo è in gran parte tecnico-temporale: dopo la pubblicazione del Dpcm occorrono almeno sei mesi di formazione per conseguire l’attestato di qualifica, e i corsi possono durare fino a dodici mesi. Il primo “assistente infermiere” italiano, quindi, potrebbe arrivare nelle aziende sanitarie solo nei prossimi mesi.
Ma dietro il ritardo c’è anche un contrasto netto: almeno metà dei sindacati si è opposta alla figura, insieme agli operatori socio-sanitari (con la loro associazione Migep) e a una parte degli stessi infermieri. Sostengono la riforma soprattutto gli assessori regionali, in particolare di alcune regioni del Nord.
Il verdetto del Tar Lazio.
Con la sentenza n. 14262 del 14 agosto 2026, il Tar Lazio (sezione terza quater) ha respinto il ricorso di Nursing Up — cui si erano associati Migep, il sindacato Human Caring Sanità e l’Enpapi — contro il Dpcm del 28 febbraio 2025.
La decisione si muove su due binari:
Sul piano formale, i giudici hanno rilevato che lo stesso sindacato ricorrente ha firmato il Ccnl del 27 ottobre 2025, che include esplicitamente il profilo contestato. Rischiosa appare anche l’altra motivazione: secondo il Tar non emergerebbe un interesse comune all’intera categoria infermieristica, come dimostrato dalla costituzione in giudizio della Fnopi in difesa della norma. Una lettura che, però, solleva qualche perplessità: firmare un contratto collettivo non impedisce di impugnare un atto amministrativo, che è competenza esclusiva della legge.
Sul merito, invece, il Tribunale ha chiarito il punto più delicato: l’assistente infermiere è una figura di ausilio, non un “infermiere a buon mercato”. Richiamando il Dm 739/1994, i giudici hanno ricordato che l’infermiere agisce in autonomia responsabile e “si avvale dell’opera del personale di supporto” — e l’assistente infermiere rientra proprio in questa categoria. Nessuna capacità autonoma di individuare e pianificare l’assistenza: solo attività svolte “sulla base di precise indicazioni” dell’infermiere.
La battaglia continua (al Consiglio di Stato).
Nursing Up non si arrende. Il 5 settembre il presidente del sindacato ha annunciato l’appello al Consiglio di Stato, richiamando una specifica nota a verbale al Ccnl in cui era stata formalizzata “ogni più ampia riserva” per proseguire le iniziative legali, istituzionali e politiche.
Le parti in campo, intanto, sono ben schierate: da una parte i sindacati contrari e le categorie che temono una ridefinizione dei confini professionali; dall’altra la Fnopi e dieci Regioni firmatarie dell’Accordo.
Perché questa figura conta (e perché resta in alto mare).
Il dibattito non è solo giuslavoristico. Dietro la disputa su chi fa cosa in reparto c’è una questione di organizzazione sanitaria: il sistema infermieristico italiano è da anni sotto pressione per carenza di personale, e gli assessori regionali puntano sull’assistente infermiere come risposta concreta.
Ma senza concorsi, senza professionisti formati e senza un clima condiviso tra le categorie, la riforma rischia di restare sulla carta. E il pronunciamento del Tar, pur offrendo una lettura utile sui meccanismi della contrattazione collettiva, non risolve il problema di fondo: finché il confronto tra le parti sociali resta così conflittuale, anche la “questione assistenti infermieri” rischia di diventare un’altra riforma sanitaria eterna, discussa a oltranza e mai applicata.
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