Ci sono notizie che, quando irrompono negli studi televisivi e sugli schermi dei nostri telefoni, azzerano ogni distanza. Non importa da quale parte della barricata politica ci si trovi, né se si siano condivise o meno le battaglie, le idee e le provocazioni di chi parla. Di fronte alla malattia, l’abito del personaggio cade e resta soltanto la nuda, universale umanità.
È quello che è successo quando Alessandro Di Battista ha condiviso pubblicamente la verità sul malore che lo ha colpito a fine agosto: un edema cerebrale causato da un tumore al cervello, in gran parte rimosso grazie a un delicato intervento chirurgico. Ma dietro la durezza della diagnosi e l’incertezza del percorso di cure che adesso lo attende in Italia, emerge con forza una consapevolezza profonda: l’apporto di medici e infermieri è stato finora indispensabile e lo sarà per il futuro.
Oltre la retorica: il valore umano e professionale di chi non molla.
Siamo abituati a pensare alla malattia come a una sfida solitaria, a un campo di battaglia in cui il singolo “guerriero” deve dimostrare forza e tempra incrollabile. Eppure, con la schiettezza che da sempre lo contraddistingue, Di Battista ha scelto di rifiutare questa narrazione di facciata: “Rifiuto la retorica del ‘forza guerriero, non mollare’. Io devo fare le cure, condurre una vita più sana possibile e avere un atteggiamento positivo […] Quelli che non devono mollare sono i dottori, più che il sottoscritto; ma non molleranno, sono seguito molto bene”.
È un ribaltamento di prospettiva potente ed emozionante. Nel momento in cui la vulnerabilità bussa alla porta, ci si accorge che la nostra vita è letteralmente nelle mani di qualcun altro. È il medico che studia il caso, è il neurochirurgo che esegue un’operazione “raffinatissima” in condizioni estreme — come quelle vissute a L’Avana, dove la mancanza di carburante e corrente rende persino difficile sterilizzare gli strumenti —, e sono gli infermieri che giorno dopo giorno accompagnano la degenza. Loro sono i veri pilastri invisibili di ogni guarigione, coloro che custodiscono la speranza quando il paziente sperimenta lo smarrimento di fronte a quella che lui stesso ha definito “la peste del XXI secolo”.
Ripartire dai giorni, un passo alla volta.
Entrare a far parte di quel “club piuttosto numeroso di cittadini italiani che dicono ‘perché proprio a me?'” cambia irrimediabilmente la scala delle priorità. Le scadenze elettorali, le polemiche e le tensioni della politica lasciano improvvisamente il passo a un’esigenza primordiale: riappropriarsi della propria vita.
Oggi per Di Battista la priorità è curarsi, affidandosi a chi ha il compito di guidarlo fuori dalla tempesta. E nel frattempo, riscoprire il lusso disarmante della normalità: andare al mare, godersi una frittura, riprendersi i propri spazi di libertà un giorno alla volta.
Questa vicenda ci lascia una lezione che va ben oltre la cronaca o il dibattito pubblico. Ci ricorda che, al di là delle nostre divisioni, siamo tutti legati da uno stesso filo sottile e prezioso. E che di fronte alla fragilità dell’esistenza, l’umanità si regge sulla dedizione straordinaria di chi, ogni giorno nei reparti di ospedale, sceglie di non mollare mai per permettere agli altri di tornare a sperare.
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