Carissimo Direttore di AssoCareNews.it,
il camice bianco mi sta stretto, ma non è una questione di taglia. È una questione di pelle, di anima, di sogni sgretolati tra i corridoi affollati dell’Unità Operativa di Medicina. Mi chiamo Nicoletta, ho quarantadue anni ma lo specchio me ne restituisce trenta, ingannando chi guarda ma non chi sente. Vengo dal Sud, da quella Calabria che oggi vedo esaltata sulle riviste patinate, raccontata come un paradiso terrestre, mentre io ricordo solo il sapore amaro della partenza.
Ho vinto un regolare concorso, ho fatto le valigie e ho attraversato l’Italia con la speranza negli occhi. Era l’Emilia Romagna ad aspettarmi, o almeno così credevo. I primi mesi sono stati una discesa agli inferi: non trovavo casa, i proprietari storcevano il naso davanti a un contratto a tempo determinato e a un accento meridionale. Alla fine mi sono ritrovata a dividere una stanza angusta con una ragazza che faceva la commessa, due vite a incastro tra letti sfatti e odore di chiuso.
In reparto non è andata meglio. “La terrona”, anche se nessuno aveva il coraggio di dirlo ad alta voce; me lo dicevano gli sguardi di sufficienza, i sorrisi di bende, l’esclusione sistematica dai turni migliori o dalle pause caffè. Ero straniera in casa mia. E poi c’era il resto. Essere avvenente, in un ambiente rigido e stressante come la Medicina, è una condanna silenziosa. Medici e infermieri hanno iniziato a farmi il filo, scambiando la mia educazione per disponibilità, la mia bellezza per un invito. Non ho mai ceduto. Non ho mai piegato la schiena ai ricatti, non ho mai sorriso a chi mi usava attenzioni interessate solo per avere un briciolo di potere su di me.
La mia integrità è stata la mia condanna. Mi hanno isolata. Oggi, dopo cinque anni in questa regione, non ho amici. Solo conoscenti, facce viste mille volte dietro a un carrello di terapia o davanti a un letto di degenza.
A quarantadue anni mi ritrovo a fare i conti con un cuore che piange ogni santo giorno. Che vita è? Lavorare curando gli altri, stringendo mani sudate di sconosciuti che soffrono, per poi tornare in una casa silenziosa, dove l’unica eco è quella della mia solitudine. Non ho radici qui e ho smesso di cercarle.
Allora, inevitabilmente, i pensieri tornano a Sud. A quella Calabria che oggi il mondo invidia per il mare, il sole, la luce. Chiudo gli occhi e sento il profumo della mia terra. Ma subito dopo si accende la paura. Cosa vado a fare in una terra che tanti anni fa mi ha rifiutata, costringendomi a scappare per trovare un futuro? Non mi fido della politica calabrese, di quel sistema immobile e opaco, e ho ancora meno fiducia nelle dirigenze ospedaliere locali, pronte a calpestare la dignità di chi lavora.
Sono qui, sospesa su un filo invisibile. Da una parte il freddo di una terra che non mi ha mai voluta davvero; dall’altra il richiamo di una madre matrigna che mi ha fatto soffrire. Restare qui a morire di nostalgia, o tornare laggiù a rischiare la disillusione? Il mio cuore è un campo di battaglia, e io, ogni mattina, continuo a indossare la mia divisa, chiedendomi se esista ancora un posto che possa chiamare casa.
Grazie se vorrà accogliere il mio sfoggo e complimenti per quello che scrivete sulla nostra categoria.
Nicoletta, OSS
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