Bassetti e Varagone: «Aumentare i posti all’università non basta. Servono stipendi adeguati, condizioni di lavoro sostenibili e reali prospettive di crescita».
ROMA – Per anni il dibattito sulla carenza di infermieri in Italia si è concentrato soprattutto sulla necessità di aumentare il numero dei posti disponibili nei corsi di laurea. Ma oggi emerge con sempre maggiore forza una domanda destinata a cambiare prospettiva: il problema è davvero formare più infermieri o, piuttosto, riuscire a trattenere quelli che il sistema già produce?
A rilanciare il tema sono Andrea Bassetti e Giuseppe Varagone, segretari generali della UIL FPL del Trentino per i comparti Autonomie Locali e Sanità, che invitano istituzioni e aziende sanitarie a guardare oltre i numeri delle immatricolazioni universitarie e ad affrontare le cause profonde della fuga dalla professione.
Una riflessione che arriva mentre la provincia di Trento registra una carenza stimata tra i 430 e i 450 infermieri e si prepara ad affrontare nei prossimi anni una consistente ondata di pensionamenti.
Più posti all’università non bastano
Negli ultimi due decenni il sistema universitario italiano ha progressivamente ampliato l’offerta formativa in Infermieristica, nel tentativo di rispondere al crescente fabbisogno di personale sanitario.
Tuttavia, secondo la UIL FPL, l’incremento degli accessi ai corsi di laurea non rappresenta di per sé la soluzione definitiva.
«Formare più infermieri non basta se non si rendono più attrattive le condizioni del lavoro», sostengono Bassetti e Varagone.
Una posizione che riflette una criticità ormai diffusa in molte regioni italiane: mentre il fabbisogno continua ad aumentare, sempre meno giovani percepiscono la professione infermieristica come una scelta capace di garantire stabilità, riconoscimento e qualità della vita.
Il divario tra università e realtà lavorativa
L’infermiere moderno è un professionista altamente qualificato, chiamato a gestire competenze cliniche avanzate, capacità organizzative, responsabilità decisionali e una relazione continua con pazienti e famiglie.
Eppure, secondo il sindacato, permane una significativa distanza tra l’immagine della professione proposta durante il percorso universitario e ciò che molti neo-laureati sperimentano una volta entrati nei reparti.
Turni sulle ventiquattro ore, lavoro notturno e festivo, organici insufficienti, elevati carichi assistenziali, difficoltà nella conciliazione tra vita privata e professionale, responsabilità crescenti ed episodi di aggressione rappresentano fattori che incidono pesantemente sulla permanenza nel sistema.
La conseguenza è un progressivo logoramento che alimenta dimissioni, trasferimenti e cambi di carriera.
La professione deve tornare ad essere attrattiva
Per la UIL FPL, la vera sfida è costruire un modello professionale capace di attrarre e trattenere i professionisti nel lungo periodo.
«Occorre costruire una professione attrattiva non solo durante gli studi, ma anche dopo la laurea. Una professione capace di offrire prospettive di crescita, retribuzioni adeguate, ambienti di lavoro sostenibili e una reale qualità della vita», affermano Bassetti e Varagone.
In altre parole, non basta investire nella formazione se poi il sistema non riesce a valorizzare le competenze acquisite.
Ai giovani va raccontata la verità
Secondo il sindacato, anche l’orientamento verso la professione dovrebbe basarsi su una comunicazione più trasparente.
Chi sceglie Infermieristica deve conoscere non solo il valore sociale e umano del proprio futuro lavoro, ma anche le difficoltà che potrebbe incontrare lungo il percorso.
Una scelta consapevole richiede una fotografia completa della realtà professionale: l’impegno richiesto, le responsabilità, ma anche le opportunità di crescita e l’importanza strategica del ruolo svolto all’interno del Servizio sanitario nazionale.
Nascondere le criticità rischia soltanto di generare aspettative irrealistiche e successive delusioni.
Sempre più infermieri guardano all’estero
Uno degli aspetti più preoccupanti riguarda il crescente numero di infermieri che decidono di lasciare l’Italia.
Molti professionisti scelgono infatti di trasferirsi all’estero o in altre regioni alla ricerca di condizioni economiche più favorevoli, migliori modelli organizzativi e maggior equilibrio tra lavoro e vita privata.
Paesi come Svizzera, Germania, Regno Unito e i Paesi del Nord Europa continuano ad attrarre infermieri italiani grazie a stipendi significativamente più elevati, percorsi di carriera definiti e maggiore riconoscimento professionale.
Un fenomeno che contribuisce ad aggravare ulteriormente le difficoltà delle aziende sanitarie italiane, costrette a fronteggiare contemporaneamente pensionamenti, dimissioni volontarie e difficoltà di reclutamento.
Dalla “carenza di infermieri” alla “crisi di permanenza”
Forse è proprio qui che il dibattito dovrebbe cambiare prospettiva.
Non siamo soltanto di fronte a una crisi di formazione, ma a una vera e propria crisi di permanenza.
Il sistema universitario continua a formare migliaia di professionisti ogni anno, ma una parte di essi sceglie altre strade prima ancora di entrare stabilmente nel Servizio sanitario nazionale oppure lo abbandona dopo pochi anni.
Se le condizioni di lavoro restano invariate, aumentare semplicemente il numero dei laureati rischia di trasformarsi in una rincorsa senza fine.
Investire sugli infermieri per salvare il sistema
Trattenere gli infermieri significa investire sulle persone prima ancora che sui numeri.
Significa garantire stipendi adeguati alle responsabilità, assicurare organici sufficienti, favorire la crescita professionale, migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro e promuovere una cultura organizzativa capace di riconoscere il valore di chi ogni giorno rappresenta il volto più vicino dell’assistenza sanitaria.
Perché senza infermieri motivati, valorizzati e messi nelle condizioni di lavorare bene, nessuna riforma potrà davvero funzionare.
La vera emergenza, dunque, non è soltanto formare più infermieri.
È creare un Servizio sanitario nazionale nel quale gli infermieri scelgano di restare.
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