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8 Mar 2026, Dom

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Sanità, l’emergenza Lombardia parla uzbeko: 200 infermieri in arrivo, ma è polemica.

Mentre la Regione cerca soluzioni a Samarcanda per coprire i vuoti in corsia, il sindacato COINA lancia l’allarme: “Il reclutamento estero è solo una toppa che non risolve il fallimento delle politiche interne”.

​La Lombardia, locomotiva d’Italia ma anche regione con il primato negativo di 10.000 infermieri mancanti, apre le porte al personale proveniente dall’Uzbekistan. L’annuncio dell’arrivo di circa 200 professionisti destinati a ospedali e RSA ha riacceso un dibattito mai sopito: la sanità italiana sta diventando un “laboratorio di emergenza” permanente?

​Da “Marco Polo” della sanità a una realtà difficile.

​Il Segretario Nazionale del COINA, Marco Ceccarelli, non usa mezzi termini e punta il dito contro la strategia dell’Assessore al Welfare Guido Bertolaso, definito ironicamente un “moderno Marco Polo” sempre in viaggio alla ricerca di personale.

“Non è una questione di nazionalità,” chiarisce Ceccarelli, “ma di efficacia. Dopo il Sud America, ora si guarda all’Asia Centrale. Ma quanto peseranno davvero 200 infermieri su un sistema che perde pezzi ogni giorno? E soprattutto, quanto lavoro aggiuntivo graverà sui colleghi italiani che dovranno affiancarli e coordinarli?”

​Barriera linguistica e sicurezza delle cure.

​Uno dei nodi più critici sollevati dal sindacato riguarda la comunicazione clinica. Se per il personale sudamericano si puntava sull’affinità culturale e linguistica, il cambio di rotta verso l’Uzbekistan solleva interrogativi sulla sicurezza:

  • Relazione con il paziente: Come comunicheranno con anziani e pazienti fragili?
  • Complessità assistenziale: In contesti di emergenza (Pronto Soccorso), una parola non capita può fare la differenza.
  • Integrazione: Quali sono i tempi reali di adattamento a un sistema sanitario burocraticamente e tecnicamente complesso come quello italiano?

​Il paradosso lombardo: formiamo eccellenze ma non le tratteniamo.

​Il vero dramma, secondo il COINA, è strutturale. La Lombardia è la regione più ricca d’Italia, eppure assiste a una vera “fuga” dei propri professionisti.

“Gli infermieri lavorano con 1.500 euro netti al mese, carichi di lavoro massacranti e responsabilità crescenti. Finché non avremo il coraggio di investire su chi c’è già, ogni reclutamento estero resterà una scorciatoia per rinviare il problema,” conclude Ceccarelli.

​Una “toppa” su una falla enorme.

​L’esperienza del passato, come i contratti affidati alle cooperative esterne, sembra non aver insegnato nulla. Il rischio concreto è che questi 200 nuovi arrivi non siano la soluzione, ma l’ennesimo palliativo per un sistema che necessita di una riforma profonda dei contratti e della valorizzazione professionale.

​Finché la professione infermieristica non tornerà a essere attrattiva per i giovani italiani, le “crociate” di reclutamento internazionale continueranno a essere viste come manovre d’emergenza che non curano la malattia, ma nascondono solo il sintomo.

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