Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) sta attraversando la più grave crisi degli ultimi trent’anni, causata soprattutto dalla profonda carenza di personale, in particolare infermieristico. Le radici del problema risalgono agli anni Duemila, quando le strategie sanitarie hanno iniziato a privilegiare il rigore finanziario a scapito di assunzioni e formazione. Questo orientamento esclusivamente contabile si è rivelato controproducente: non ha frenato la crescita dei costi complessivi e ha causato uno svilimento della figura professionale dell’infermiere, compromettendo inevitabilmente la qualità delle prestazioni erogate.
I reparti ospedalieri e i servizi territoriali si sono ormai trasformati in trincee frenetiche. Schiacciati tra responsabilità crescenti e tensioni quotidiane, gli infermieri vivono dinamiche inaccettabili di sopraffazione, arroganza e isolamento. Alle complesse reazioni dell’utenza si sommano talvolta dinamiche interne distruttive: diverbi, insulti e tentativi di screditamento reciproco davanti ai pazienti. Spesso l’orgoglio e la presunzione di infallibilità spingono a comportamenti aggressivi verso i colleghi, rendendo gli stessi operatori i primi artefici di questa violenza. Bisogna quindi abbandonare ogni atteggiamento ostile per fare spazio all’umiltà e all’ascolto. Purtroppo, è sempre difficile guardarsi allo specchio e riconoscere i propri limiti, mentre i difetti altrui risultano fin troppo evidenti.
Queste condotte gravi non solo violano la legge, ma ledono profondamente l’immagine della Pubblica Amministrazione. A tal proposito, un famoso proverbio meridionale ricorda che “la bocca è una ricchezza”, sottolineando come le parole possano essere usate con leggerezza per colpire gratuitamente l’altro; una deriva che, in assenza di una leadership capace di integrare le diverse personalità, trasforma i turni di lavoro in alterchi pubblici. Aggredire o umiliare un collega davanti al malato o all’utenza contrasta nettamente con lo spirito etico e giuridico della professione. Il vero limite della categoria risiede proprio nella mancanza di coesione interna. È tempo di superare l’egoismo per fare squadra attorno a valori comuni, respingendo con forza parole e comportamenti che calpestano la dignità della professione. La prima forma di violenza nasce spesso dall’interno, alimentata dall’egocentrismo, dalla presunzione di sapere o dal proprio status.
Se ognuno di noi comprendesse che la condotta del lavoratore è guidata dall’articolo 2104 del Codice Civile e dal D.P.R. 62/2013, ma soprattutto dal Codice Deontologico, che è l’anima stessa dietro ogni nostro comportamento quotidiano, eviteremmo di sconfinare. Purtroppo, la realtà odierna mostra uno scenario ben diverso: sulla carta esistono le regole, ma nella pratica la frustrazione e i ritmi insostenibili degli ambienti professionali riducono l’assistenza a una catena di montaggio. Questa deriva non solo calpesta l’etica, ma rende lo svolgimento della prestazione un’esperienza teatrale.
Per salvare il Servizio Sanitario Nazionale è dunque urgente riconnettere legalità, etica e pratica clinica. Lo Stato non può esigere il rigido rispetto dei doveri se poi lascia i professionisti esposti a esaurimento e violenze; le autorità competenti devono intervenire per garantire il benessere nei contesti di lavoro. Isolare i comportamenti tossici tra colleghi e tutelare la dignità di chi assiste è l’unico modo rimasto per proteggere, concretamente, la salute dei cittadini.
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