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Nove anni di carcere. È la richiesta della Procura di Viterbo per l’operatore che avrebbe trasformato un luogo di cura in una trappola sessuale e psicologica, approfittando della fragilità di quattro donne.
Doveva essere un porto sicuro, un luogo dove curare le ferite dell’anima, dalla depressione ai disturbi alimentari. Invece, secondo la ricostruzione della Procura di Viterbo, per quattro donne quel reparto psichiatrico è diventato lo scenario di un nuovo trauma. Al centro della vicenda c’è un operatore socio-sanitario (OSS) di 30 anni, per il quale la pm Paola Conti ha chiesto una condanna a nove anni di reclusione.
La storia emersa nell’aula del tribunale racconta un tradimento della fiducia nel senso più brutale. L’uomo, arrestato nel 2018 e ora alla sbarra, non è accusato solo di violenza fisica, ma di una manipolazione psicologica sottile e crudele.
La “strategia del predatore”
Secondo l’accusa, il trentenne agiva con uno schema preciso. Sceglieva le sue vittime tra le più vulnerabili: donne segnate da matrimoni violenti o da fragilità emotive profonde. Si fingeva infermiere – un ruolo che non ricopriva – per accrescere la sua autorità ai loro occhi. E poi colpiva. Nei bagni mentre le pazienti si lavavano, negli stanzini, nell’ascensore. Palpeggiamenti, atti sessuali forzati, abusi che avvenivano nell’ombra di una corsia ospedaliera.
Il ricatto del silenzio
Ma il dettaglio più inquietante emerso dalla requisitoria è il muro di silenzio che l’imputato avrebbe costruito attorno alle vittime. “Faceva il gesto con la mano per indicare che erano matte”, ha spiegato la pm in aula. Un messaggio non verbale terrificante: potete anche parlare, ma chi crederà a delle pazienti psichiatriche?
Questa minaccia velata ha generato un terrore tale che alcune donne smettevano di prendere i farmaci la sera. Preferivano restare sveglie, vigili, pur di non cadere in un sonno profondo che le avrebbe lasciate indifese nelle mani del loro presunto aguzzino.
La verità oltre la diagnosi
Nonostante la difesa dell’uomo – che tramite l’avvocato Marco Russo continua a professarne l’innocenza – l’accusa è ferma: quelle donne dicono la verità. “Il loro disturbo di personalità non ha stravolto la realtà dei fatti”, ha sottolineato la pm Conti. Le perizie hanno confermato la loro capacità di testimoniare e la coerenza dei racconti ha smontato l’ipotesi del complotto o dell’allucinazione. Quattro voci diverse, quattro storie di dolore, un unico presunto colpevole.
Ora si attende l’epilogo. Nei primi mesi del 2026 la parola passerà alla difesa per l’arringa finale, poi il collegio giudicante si ritirerà per emettere una sentenza che potrebbe chiudere, dopo anni, una delle pagine più buie della cronaca sanitaria locale.

