L’intelligenza artificiale è ormai una realtà consolidata nella pratica quotidiana di medici e operatori sanitari, ma l’integrazione strutturata nei processi clinici resta frenata da forti ritardi organizzativi, disuguaglianze territoriali e rischi legati alla sicurezza e alle competenze.

L’intelligenza artificiale (IA) è già entrata a far parte della sanità italiana, ma professionisti e strutture sanitarie viaggiano a velocità profondamente diverse. Da un lado si registra una crescita rapida dell’utilizzo individuale da parte di medici e operatori; dall’altro, l’integrazione organizzata dell’IA nei processi clinici e diagnostici stenta a decollare.
È quanto emerge dall’analisi di AISI, che prende le mosse dal nuovo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dedicato alla supervisione etica dell’intelligenza artificiale nella ricerca sanitaria per fare il punto su opportunità, rischi e stato dell’arte nel Paese. Se da un lato l’OMS riconosce le enormi potenzialità dell’IA nell’accelerare la ricerca e migliorare gli esiti di salute, dall’altro richiama con forza la necessità di blindare trasparenza, equità, responsabilità, privacy e mitigazione dei bias.
IA generativa diffusa tra i medici, ma mancano le soluzioni aziendali
I dati del 2026 dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano fotografano un divario netto. Nell’ultimo anno, il 61% dei medici specialisti, il 61% dei medici di medicina generale e il 37% degli infermieri ha fatto ricorso a strumenti di IA generativa. Nella quasi totalità dei casi, tuttavia, si tratta di piattaforme generaliste e non di software progettati specificamente per il settore medico-sanitario.
Lo specchio della situazione si riflette nelle dotazioni delle aziende sanitarie: se l’IA a supporto della diagnosi viene utilizzata individualmente dal 34% dei medici specialisti, le soluzioni aziendali dedicate sono presenti soltanto nell’11% delle strutture sanitarie, nonostante il 71% di esse consideri l’intelligenza artificiale una risorsa strategica.
«I numeri dimostrano che l’intelligenza artificiale non appartiene più al futuro della sanità: è già nel presente – dichiara Karin Saccomanno, Presidente AISI –. Ma utilizzare uno strumento e integrarlo responsabilmente in un percorso sanitario sono due cose diverse. Servono soluzioni validate, formazione, controllo umano e responsabilità definite. L’algoritmo deve affiancare il professionista, non sostituirlo. La decisione clinica e il rapporto con il paziente devono restare saldamente nelle mani del professionista».
Campi di applicazione, benefici e rischi critici
I benefici potenziali dell’IA toccano i nodi cruciali dell’assistenza: dalla diagnostica per immagini all’individuazione precoce delle anomalie, dall’analisi dei dati clinici alla personalizzazione dei percorsi terapeutici, fino alla gestione delle cronicità, al monitoraggio a distanza e all’organizzazione delle attività.
«La questione non è più stabilire se utilizzare l’IA, ma come integrarla – spiega Giovanni Onesti, Direttore Generale AISI –. La tecnologia produce valore soltanto se migliora concretamente qualità, tempi e appropriatezza delle prestazioni».
Tuttavia, il quadro presenta criticità non trascurabili. I dati evidenziano che solo circa un terzo dei medici specialisti è consapevole del rischio legato alle cosiddette “allucinazioni” dell’IA generativa, e appena il 17% possiede le competenze per riconoscere contenuti manipolati artificialmente. A ciò si sommano i pericoli relativi ai bias degli algoritmi, alla tutela e alla sicurezza informatica dei dati sanitari, alla trasparenza e alla definizione delle responsabilità in caso di errore clinico.
Dal territorio all’Europa: la sfida della pratica clinica
Il divario tra innovazione e implementazione non è un’esclusiva italiana. La Commissione europea evidenzia come, a fronte di grandi progressi nella ricerca, l’adozione clinica proceda a rilento a causa di ostacoli normativi, organizzativi, economici, di sostenibilità e di carenza di fiducia e competenze.
Nel contesto italiano pesano inoltre le disuguaglianze territoriali nella maturità digitale, dove Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), interoperabilità, cartelle cliniche digitali e telemedicina costituiscono le fondamenta indispensabili per abilitare applicazioni avanzate.
In regioni come il Lazio, la digitalizzazione in corso e l’evoluzione del FSE stanno creando le condizioni per un terreno fertile, con applicazioni di IA già attive in specifici ambiti diagnostici e terapeutici. La vera scommessa, adesso, è scalare i singoli progetti per far confluire le innovazioni nei percorsi ordinari di assistenza.
«Non bastano sperimentazioni isolate o tecnologie concentrate in poche strutture – avverte Fabio Vivaldi, Segretario Generale AISI –. Dobbiamo evitare che alle differenze sanitarie tra territori si aggiunga una nuova disuguaglianza tecnologica».
La rotta tracciata da AISI
Per trasformare l’innovazione in strumenti clinici sicuri, l’AISI indica una rotta precisa basata su quattro pilastri:
- Formazione continua dei professionisti sanitari.
- Interoperabilità, sicurezza e qualità dei dati.
- Adozione rigorosa di soluzioni validate.
- Chiarezza normativa sulle responsabilità.
«L’intelligenza artificiale può diventare uno dei grandi alleati della sanità – conclude la presidente Saccomanno –. Non dobbiamo né averne paura né adottarla senza garanzie. Innovazione e sicurezza devono avanzare insieme, mantenendo sempre al centro il professionista e il paziente».
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