Un episodio che riaccende il dibattito sui confini tra professioni sanitarie arriva da Casteggio, dove un’operatrice socio-sanitaria è finita sotto indagine per esercizio abusivo della professione infermieristica.
La donna, in possesso della qualifica di OSS, avrebbe svolto mansioni non previste dal proprio profilo professionale all’interno della RSA in cui lavora.
Le indagini sono partite da un esposto presentato ai carabinieri dal direttore generale della struttura, insospettito da alcune anomalie nella gestione degli ospiti. Non si tratterebbe di maltrattamenti, ma di comportamenti ritenuti non conformi alle competenze previste.
A confermare i sospetti sono stati i filmati della videosorveglianza interna, che avrebbero documentato un episodio ritenuto decisivo dagli investigatori. Nella serata del 7 marzo, infatti, la donna sarebbe stata ripresa mentre somministrava un’iniezione sottocutanea a un anziano ospite.
Secondo quanto riferito dai carabinieri, si trattava di eparina, un farmaco anticoagulante la cui somministrazione per via iniettiva è riservata esclusivamente a personale medico o infermieristico. Un atto che, dunque, non rientra in alcun modo tra le competenze di un operatore socio-sanitario.
È bastato questo singolo episodio, considerato “inequivocabile”, per far scattare l’accusa.
All’interno delle RSA, infatti, i ruoli sono chiaramente distinti: i medici si occupano della diagnosi e della prescrizione, gli infermieri della gestione clinica e terapeutica, mentre gli OSS garantiscono l’assistenza di base, supportando i pazienti nei bisogni primari e collaborando con l’équipe sanitaria.
Proprio il rispetto di questi confini è fondamentale per garantire sicurezza e qualità delle cure. Quando tali limiti vengono superati, il rischio non è solo giuridico, ma anche clinico.
Il caso di Casteggio riporta al centro dell’attenzione un tema delicato: la gestione delle competenze nelle strutture sanitarie e socio-assistenziali, spesso messe alla prova da carenze di personale e organizzazioni sotto pressione.
Resta ora da chiarire se si sia trattato di un episodio isolato o di una prassi più diffusa, mentre la posizione dell’operatrice è al vaglio dell’autorità giudiziaria.
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