Il sovraccarico di lavoro del personale infermieristico non rappresenta soltanto una criticità organizzativa per le strutture sanitarie, ma incide direttamente e in modo misurabile sulla sicurezza clinica dei pazienti. A ribadirlo con forza è un recente studio multicentrico italiano, pubblicato sul prestigioso Journal of Advanced Nursing, che accende i riflettori su un legame ormai innegabile tra carenza di organico e peggioramento degli esiti di salute in ospedale.
La ricerca: numeri e impatto clinico nei reparti italiani.
Condotta su un campione significativo – 2.349 infermieri, 158 reparti e 25 ospedali distribuiti sul territorio nazionale, con l’analisi degli esiti assistenziali relativi a 21.044 pazienti – la ricerca evidenzia come, nei contesti caratterizzati da una maggiore pressione assistenziale, si registri un incremento marcato di eventi avversi. Tra questi spiccano le cadute accidentali, la comparsa di lesioni da pressione e, dato ancora più allarmante, un aumento dei tassi di mortalità.
Il quadro delineato dallo studio conferma e amplifica i risultati di una precedente indagine pubblicata su Health Policy nel maggio 2024 (condotta da ricercatori dell’Università degli Studi di Genova insieme a partner internazionali). Già in quell’occasione era emerso che un incremento del 10% dell’intenzione degli infermieri di abbandonare la professione si traduceva in un aumento del 14% della probabilità di mortalità ospedaliera, calcolando inoltre che la presenza di un paziente in più per singolo infermiere faceva salire del 3,4% il rischio di decesso durante il ricovero.
Organici ridotti all’osso: la fotografia della sanità italiana.
Ma qual è la reale entità della carenza di personale negli ospedali del nostro Paese? Un’indagine realizzata nel marzo 2026 da FADOI su 269 dipartimenti di Medicina interna ha tracciato un bilancio preoccupante: in media, nelle strutture esaminate manca il 22% del personale infermieristico necessario, con punte che superano il 30% nel 18% dei reparti.
Una situazione che si inserisce in un contesto strutturale già fortemente compromesso. Secondo il rapporto Italy: Country Health Profile 2025, pubblicato dall’OCSE e dall’Osservatorio europeo sui sistemi e sulle politiche sanitarie, l’Italia conta appena 6,9 infermieri ogni mille abitanti, a fronte di una media europea che si attesta a quota 8,4. Il deficit complessivo stimato nel nostro Paese si aggira intorno alle 175.000 unità rispetto agli standard del continente.
Il grido d’allarme del Nursing Up: “La sicurezza non può basarsi sul sacrificio dei singoli”.
Di fronte a dati così evidenti, il sindacato alza la voce per richiamare le istituzioni alle proprie responsabilità. «Questi risultati – dichiara Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up – devono far riflettere profondamente chi governa la sanità italiana. Non stiamo parlando soltanto di infermieri sotto pressione, ma di pazienti la cui sicurezza è legata anche alle condizioni nelle quali i professionisti sono chiamati a lavorare. Un infermiere deve poter sorvegliare, valutare, assistere e intervenire tempestivamente. Quando i carichi diventano eccessivi, non possiamo pretendere che competenza, responsabilità e spirito di sacrificio compensino indefinitamente le carenze organizzative».
De Palma sottolinea inoltre come la complessità crescente dei pazienti ricoverati – sempre più anziani, fragili e affetti da patologie multiple – renda insostenibile l’attuale gestione degli organici: «Il sovraccarico non può essere considerato la normalità del lavoro ospedaliero. La carenza di infermieri non è soltanto un’emergenza occupazionale: riguarda direttamente la qualità dell’assistenza e la protezione dei cittadini».
Salari e investimenti: il divario con il resto d’Europa.
A rendere la professione sempre meno attrattiva e a ostacolare la ricostruzione degli organici contribuiscono fattori di natura economica e strutturale. Il rapporto OCSE Health at a Glance 2025 evidenzia che gli infermieri ospedalieri italiani percepiscono una retribuzione media annua di circa 48.000 dollari a parità di potere d’acquisto, ben al di sotto dei 61.000 dollari della media OCSE. Non solo: in Italia gli infermieri guadagnano mediamente meno del lavoratore medio nazionale, mentre nella media dei Paesi industrializzati la loro retribuzione supera del 20% il salario medio.
A ciò si aggiunge il capitolo degli investimenti complessivi nel settore: nel 2023 l’Italia ha destinato alla sanità l’8,4% del PIL, contro il 10% registrato in media dall’Unione Europea, evidenziando un divario di 1,6 punti percentuali.
«Questi numeri raccontano una contraddizione che non possiamo più accettare – conclude Antonio De Palma –. Abbiamo bisogno di più infermieri, ma continuiamo a riconoscere loro retribuzioni lontane da quelle di numerosi colleghi europei, mentre il nostro Paese investe nella sanità meno della media dell’Unione».
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