@il_tuo_infermiere_olistico
Negli ultimi anni i social network sono diventati uno spazio sempre più rilevante per la comunicazione sanitaria. In questo scenario, anche l’infermieristica ha iniziato a trovare una propria voce autonoma, capace di raccontare la professione dall’interno, di fare educazione alla salute e di contrastare una narrazione spesso parziale o stereotipata del ruolo dell’infermiere.
Da questa consapevolezza nasce una nuova serie di interviste di AssoCareNews.it dedicate agli infermieri social: professionisti che utilizzano i canali digitali per divulgare contenuti sanitari, condividere esperienze cliniche, riflettere sull’identità infermieristica e costruire un ponte tra il mondo della cura e la società.
La prima intervista di questo percorso è dedicata a Tommaso Guido (@il_tuo_infermiere_olistico), infermiere e tuinaista con approccio di medicina integrata, divulgatore e autore, che ha scelto di affiancare alla formazione occidentale lo studio della medicina tradizionale cinese. Ne emerge una visione della cura che rivendica l’autonomia dell’infermieristica, il valore dell’innovazione professionale e la necessità di superare confini rigidi tra discipline.

- Se dovessi presentarti senza dire “sono un infermiere”, come ti descriveresti?
Sarebbe difficile non dirlo, essere infermiere fa parte di me, del mio essere un professionista della salute. Potrei dire che sono un operatore olistico ma sarebbe riduttivo perché il concetto di salute stessa è olistico e comprende sia la componete fisica che psichica. Lo si studia all’inizio del percorso universitario e ogni sanitario inizialmente ha un approccio olistico poi, in alcuni contesti lavorativi, è necessario diventare più tecnici e meno olistici. La definizione giusta è “sono un infermiere con un approccio di medicina integrata”
- Quando è scattata la scintilla che ti ha fatto dire: “la medicina tradizionale cinese fa parte del mio modo di curare”?
Ci sono state due situazioni cruciali, la prima in casa, mio babbo ha sempre usato l’agopuntura e ha iniziato a studiarla poco dopo la mia nascita, vedevo tanti amici passare da casa a farsi mettere gli aghi e alcune volte stavo in studio con mio babbo, quindi in quei momenti ho capito l’utilità e l’efficacia di questo approccio medico. La seconda situazione fu durante il tirocinio del master in lesioni cutanee, c’era questo infermiere, Leonardo Cantasano che ancora oggi
ringrazio, che usava più tecniche per agire sui problemi di salute dei pazienti. Da lì ho capito l’importanza di utilizzare più approcci diversi con lo stesso fine così da ridurre i tempi di guarigione. Quello è stato il momento in cui decisi di studiare mtc.

- C’è un momento, un incontro o un paziente che ti ha fatto capire che questa strada era la tua?
I primi pazienti sono stati amici e colleghi di lavoro, è grazie a loro che ho preso fiducia e dimestichezza in queste tecniche perché riuscivo, senza farmaci, a ridurre, o risolvere, i loro problemi di salute. Questa soddisfazione mi ha permesso di continuare a studiare ed approfondire la materia per poter aiutare sempre più persone che non riescono a trovare una soluzione valida nella medicina occidentale.
- Hai scritto un libro intitolato “La cura dentro di te: la via olistica per ritrovare l’equilibrio”: più un atto d’amore verso la professione o una sfida personale?
Direi entrambe, mi sono sempre ritenuto lo sfigato di turno, sempre bullizzato e mai apprezzato per le qualità empatiche. Queste caratteristiche sono diventate il mio punto di forza come infermiere perché, diciamocelo chiaramente, l’infermiermieristica è vista come una professione secondaria al medico, secondaria a tanti altri professionisti sanitari, insomma quella un po’ bullizzata come lo sono stato io per tutta l’adolescenza. Quindi per me questo è un riscatto sia dal punto di vista professionale che personale. Scrivere un libro significa tramandare le conoscenze e dare dignità ad una professione perché se non siamo noi i primi a credere in noi stessi nessuno potrà farlo per noi.
- La medicina tradizionale cinese parla di equilibrio: dove lo trovi tu, tra lavoro, pazienti e social?
Il gioco della vita è rimanere in equilibrio, quindi non esisterà mai un momento in cui tutto è perfetto, sta a noi capire di cosa abbiamo bisogno per rispettare noi stessi. Non ti nego che per me è difficile mantenere un equilibrio, sopratutto perché non ho nessuno che mi insegni a fare questa professione. Credo di essere uno dei primi infermieri che ha il suo studio privato con i suoi pazienti e che nel contempo gestisce la divulgazione scientifica di una disciplina medica tanto distante da noi quanto necessaria per migliorare la qualità dell’assistenza. La vita è fatta di pieni e di vuoti, cioè di momenti in cui diamo tutto noi stessi e momenti in cui ci dedichiamo solo a noi stessi ed io cerco di applicare questo metodo ma ho ancora tanto da imparare.
- Sui social mostri un volto diverso dell’infermiere. Ti senti più divulgatore, educatore o “pontiere” tra due mondi?
Mi sento più “pontiere” tra i due mondi. Spesso le persone mi dicono “ah allora hai smesso di fare l’infermiere”, questa è una delle frasi che mi dispiace sentire perché vuol dire che non siamo consapevoli di cosa fa l’infermiere. L’infermiere assiste e si prende cura delle persone, risolve problemi di salute tramite strategie di valutazione e messa in atto di azioni terapeutiche. Io faccio questo attraverso il connubio fra medicina occidentale e mtc, cioè la medicina integrata. Non ho mai smesso e mai smetterò di fare l’infermiere, sto solo aprendo la strada ad un punto di vista diverso, più internazionale e meno stereotipato perché senza innovazione della professione non ci può essere un miglioramento dello stato di salute dei pazienti di cui ci prendiamo cura.
- Qual è la reazione più inaspettata che hai ricevuto da chi ti segue online?
La stessa che molti altri miei colleghi divulgatori vivono: “non sei un medico e non puoi parlare di salute”. Mi aspettavo di essere attaccato per la disciplina medica che divulgo ma non di essere attaccato per il professionista sanitario che sono. Questo mi ha fatto capire quanto la popolazione abbia un’idea sbagliata della professione infermieristica, non c’è cultura e sarebbe proprio il caso di iniziare ad averla.
- Nella tua giornata ideale, quanto spazio lasci al silenzio e quanto alla connessione (digitale o umana)?
Ho imparato a coltivare il silenzio, sopratutto la mattina e la sera, sono momenti sacri per me. Stare sul divano a pensare o passeggiare con la mia canina Miss sono il mio modo di meditare e dedicarmi ai miei momenti di “vuoto”. Infatti la sera tengo il telefono distante, ma ho dovuto imparare a farlo perché il social ti inghiotte senza che tu te ne accorga. Ho passato momenti difficili in cui non mi riconoscevo perché tutto era frenetico e tutto importante, stavo sempre connesso a rispondere alle persone e pensare a nuovi video. Poi ho capito che se non mi dedicavo del tempo non sarei stato utile per le persone che assisto e tratto. Non posso consigliare ai miei pazienti di avere dei momenti di pausa e vuoto ma poi non farlo io.
- Se potessi cambiare una cosa nella percezione pubblica degli infermieri, quale sarebbe?
Il principale cambiamento che vorrei apportare nella mente delle persone è l’indipendenza professionale. Spesso si ha la falsa credenza che ci sia una gerarchia fra le professioni, ma non è così, è sempre una collaborazione dove ognuno si occupa di una parte del percorso di cura. Se ognuno fa la sua parte i risultati si vedono ma sfortunatamente le persone lo capiscono solo dopo che sono state ricoverate in ospedale, perché la visione dall’esterno è diversa.
- E per continuare il nostro viaggio tra gli infermieri social: chi ci consigli di intervistare la prossima volta, e perché?
Ci sono tanti colleghi divulgatori che sarebbe interessante intervistare, quello con cui ho più rapporti lavorativi e visione comune è Gianluca Sartini che si è evoluto tanto nel suo percorso social diventando un punto di riferimento per tanti colleghi e per la popolazione stessa. Sarebbe interessante intervistare anche Marco Lopez, fondatore di Be Nurse, recentemente abbiamo aperto un’associazione “Be Nurse A.P.S.” E marco ne è il presidente, Gianluca il Vicepresidente. Lo scopo dell’associazione è quella di proteggere la dignità della professione infermieristica con una comunicazione chiara e senza censure, per fare quello che molte istituzioni hanno difficoltà a fare. Inoltre stiamo sviluppando tanti eventi dal vivo per far toccare con mano cos’è la professione infermieristica e svegliare un po’ l’Italia intera.

Con questa intervista prende avvio un percorso che AssoCareNews dedicherà agli infermieri che hanno scelto i social come spazio di divulgazione, confronto e crescita professionale. Raccontare queste esperienze significa restituire complessità a una professione spesso semplificata, valorizzarne l’autonomia e riconoscere il ruolo dell’infermiere come protagonista attivo della cultura della salute.
Le prossime interviste continueranno questo viaggio dentro un’infermieristica che comunica, innova e si interroga sul proprio futuro, dentro e fuori i luoghi tradizionali della cura.
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