Se la sanità italiana regge ancora, nonostante i tagli lineari, il blocco del turnover e una crisi d’attrattività senza precedenti, lo si deve in gran parte a loro: gli infermieri. Pilastro insostituibile del SSN, baluardo dell’assistenza territoriale e ospedaliera, la categoria ha ampiamente dimostrato sul campo un’evoluzione clinica, scientifica e formativa che non ha nulla da invidiare ai colleghi europei.
Eppure, esiste un paradosso tutto italiano. A fronte di una responsabilità crescente e di un’indispensabilità certificata dai fatti, gli infermieri non riescono a imporsi nel dibattito politico ed economico che conta. Il motivo? Manca la cultura del fare sistema. A differenza della classe medica, storicamente compatta quando si tratta di difendere i propri interessi, la professione infermieristica sconta una frammentazione interna che ne frena l’ascesa. Senza una vera “lobby” – nel senso più nobile ed efficace del termine – il rischio è quello di rimanere eternamente un passo indietro.
Il nodo del “fare sistema”: l’esempio dei Medici.
In Italia, la parola “lobby” viene spesso caricata di un’accezione negativa. Nel panorama sindacale e professionale, tuttavia, fare lobby significa semplicemente muoversi come un corpo unico, capace di esercitare una pressione politica coerente, univoca e stringente sui tavoli governativi.
I medici, in questo, vantano una tradizione secolare. Nonostante le differenze tra ospedalieri, medici di medicina generale e specialisti, quando si toccano i nodi centrali della categoria (autonomia, tutele, centralità decisionale), la risposta è corale.
Tra gli infermieri, invece, si assiste ancora troppo spesso a una sterile frammentazione tra sigle sindacali, associazioni scientifiche e correnti di pensiero. Questa disunione lancia un segnale di debolezza alla politica, che trova gioco facile nel rimandare le riforme necessarie. Per rivendicare diritti, occorre prima di tutto parlare con una sola voce.
Le quattro priorità per il rilancio della professione.
Per uscire dall’angolo e ottenere il posizionamento che spetta di diritto a una professione intellettuale e laureata, l’agenda infermieristica deve compattarsi attorno a quattro pilastri fondamentali:
1. Adeguamento salariale ed equità con la dirigenza medica.
Il gap stipendiale tra i medici e gli infermieri italiani è tra i più alti d’Europa. Non si tratta di appiattire le differenze, ma di riconoscere il valore reale delle competenze. Gli infermieri italiani sono tra i meno pagati d’Europa, un’ingiustizia che alimenta la fuga all’estero e l’abbandono della professione. Gli stipendi devono essere parametrate alle responsabilità cliniche e gestionali effettive, sul modello delle migliori esperienze internazionali.
2. Dirigenza per tutti gli Infermieri Magistrali.
La Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche non può e non deve essere un mero titolo accademico da spendere nei concorsi per sbloccare, forse, qualche posizione di coordinamento. Chi acquisisce un titolo magistrale deve accedere di diritto alla dirigenza dei ruoli sanitari. È una questione di meritocrazia e di evoluzione organizzativa: la complessità assistenziale odierna richiede manager della salute che provengano dalle fila della professione stessa.
3. Carriere certe e specialistiche.
L’attuale sistema contrattuale appiattisce le competenze. Un infermiere con vent’anni di esperienza in terapia intensiva, area pediatrica o nell’assistenza primaria sul territorio non può avere lo stesso inquadramento giuridico ed economico di un neo-laurato. Servono percorsi di carriera verticali e orizzontali ben definiti, legati alle specializzazioni cliniche e all’esperienza maturata sul campo.
4. Il riconoscimento delle competenze avanzate.
Il futuro della sanità, specialmente territoriale, passa attraverso la piena autonomia dell’infermiere. Dalla prescrizione di presidi alla gestione autonoma degli ambulatori infermieristici, l’evoluzione delle competenze deve trovare una sponda legislativa chiara, che superi i vecchi retaggi mansionistici e corporativi che ancora bloccano il sistema.
L’unione come unica via d’uscita.
La politica risponde solo a interlocutori forti, coesi e rappresentativi. Finché la categoria infermieristica si presenterà ai tavoli contrattuali e istituzionali divisa, le risposte saranno sempre parziali, dei semplici “contentini” d’emergenza che non risolvono il problema strutturale.
Gli infermieri italiani hanno la forza numerica, la preparazione scientifica e il consenso sociale per determinare il proprio futuro. È giunto il momento di capitalizzare questo valore, superare le divisioni interne e costruire una vera e propria rete di pressione istituzionale. Solo facendo sistema la professione potrà finalmente compiere quel salto di qualità non più rimandabile, ottenendo i riconoscimenti, economici e normativi, che merita. Ne va del futuro degli infermieri, ma soprattutto della tenuta della salute pubblica del Paese.
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