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La denuncia di una ventenne siciliana riaccende le polemiche sul test d’ingresso: smartphone in aula e picchi di ricerche su Google proprio mentre i quesiti erano ancora segreti.
È un misto di delusione e rabbia quello che emerge dalle parole di Martina, 20 anni, una dei 53mila candidati che hanno tentato il tanto temuto test d’ingresso a Medicina. Mentre migliaia di ragazzi affidavano il loro futuro a mesi di studio matto e disperatissimo, qualcun altro sembra aver scelto una scorciatoia tecnologica, minando alla base la credibilità dell’intera procedura concorsuale.
”Mesi sui libri, mentre in aula giravano i video”
Martina, studentessa siciliana intervistata da Repubblica, non ci sta a vedere i propri sacrifici vanificati dalla scaltrezza altrui e dalla mancanza di controlli.
“Sono arrabbiata” — racconta la studentessa — “Cellulari e video in aula per copiare, mentre io ho studiato per mesi”.
La sua testimonianza getta un’ombra inquietante sullo svolgimento delle prove: la presenza di smartphone attivi nelle aule non sarebbe stata un caso isolato, ma un fenomeno abbastanza diffuso da permettere la circolazione di immagini e domande in tempo reale.
L’anomalia digitale: la prova di Google Trends
A confermare che qualcosa non è andato per il verso giusto non ci sono solo le sensazioni degli studenti onesti, ma i dati del web.
La denuncia punta il dito su un fenomeno statistico sospetto: i picchi di ricerca su Google. Le parole chiave contenute nei quesiti d’esame hanno registrato un’impennata di ricerche online in orari sospetti, ovvero prima che le domande venissero ufficialmente svelate o rese pubbliche al termine della prova.
Questo dettaglio suggerisce uno scenario preciso:
- Qualcuno ha avuto accesso alle domande in anticipo o durante il test.
- Le domande sono state digitate sui motori di ricerca per trovare le soluzioni.
- Le risposte potrebbero essere state condivise tramite chat e social network mentre i commissari avrebbero dovuto vigilare.
Il merito calpestato
La vicenda di Martina diventa l’emblema di un sistema che, ancora una volta, rischia di premiare i “furbetti” a discapito di chi rispetta le regole. In un concorso dove mezzo punto può fare la differenza tra l’entrare in facoltà o restare fuori per un anno intero, l’uso di dispositivi elettronici rappresenta una violazione gravissima del principio di meritocrazia.
Ora si attendono chiarimenti ufficiali, ma la rabbia degli studenti onesti monta sui social: il sogno del camice bianco non può passare attraverso lo schermo di uno smartphone nascosto sotto il banco.

