“I panni sporchi si lavano in famiglia.” Questo antico proverbio racchiude un principio che dovremmo riscoprire all’interno della nostra categoria professionale. Se oggi scelgo di condividere pubblicamente questa riflessione, è proprio perché quella “famiglia” sembra aver smarrito lo spazio fisico e mentale per parlarsi. Trascorriamo più di metà della nostra vita al lavoro ed è naturale che ogni criticità debba essere affrontata ed elaborata internamente, anziché essere delegata all’esterno o subita passivamente. Il vero problema della nostra professione, oggi, è proprio la fatica di confrontarsi apertamente sulla realtà di tutti i giorni, nel bene e nel male.
Spesso ci riempiamo la bocca con la parola “deontologia”, dimenticando l’umanità necessaria per sederci a un tavolo e chiederci cosa abbia funzionato, cosa no e perché. Dobbiamo ripartire da questi “perché”. Citiamo ogni giorno l’articolo 4 del nostro codice deontologico — “il tempo di relazione è tempo di cura” — ma poi, tra noi colleghi, questa relazione sembra non esistere. Accorciare le distanze migliora la comunicazione e l’impegno di tutti; allontanarsi, al contrario, compromette i risultati.
L’autorevolezza si conquista con i comportamenti quotidiani e con la capacità di dialogare con tutti, non solo con la propria cerchia ristretta. Bisogna camminare nei corridoi degli ospedali e nelle strutture territoriali, entrare nelle stanze e parlare con i colleghi per sentire il profumo della fatica e vedere quegli sguardi smarriti. Sguardi di coordinatori che faticano ogni giorno a incastrare i turni, o di colleghi sfiniti che, ricacciando indietro le lacrime, regalano comunque un sorriso ai pazienti. Dall’altra parte, invece, si fatica a percepire una realtà che si dimostra sempre più distante. Le stanze da cui bisogna partire per poter decidere sono quelle in cui gravitano pazienti e personale, non i luoghi di potere che emanano sterili direttive e tabelle lontane dalla quotidianità, dimostrando chiaramente perché l’autorità non sia quasi mai sinonimo di autorevolezza.
Il continuo calare delle decisioni dall’alto, senza un reale coinvolgimento di chi opera sul campo, produce risultati che sono ormai sotto gli occhi di tutti. Si fa sempre più netto il divario tra i principi formali e la loro attuazione pratica, lasciando la valorizzazione del personale sullo sfondo e confermando la profonda crisi in cui versa il sistema.
Guidare una comunità professionale da una posizione di vertice richiede ascolto, soprattutto quando si è chiamati a gestire mancanze, carenze o assenze generate da logiche di puro budget aziendale. Chi ricopre ruoli di comando rischia spesso di cedere alla tentazione di fare proclami e dichiarazioni di facciata, senza ascoltare davvero la controparte. La crescita di una comunità si basa invece sulla condivisione: più si dialoga, meno conflitti si creano. Questo vale a livello sia nazionale sia locale; quando manca il confronto, la professione perde il suo valore democratico e deontologico.
Bisogna tornare a vivere la professione sul campo, abbandonando l’autoreferenzialità della scrivania. L’autorevolezza non si impone con il ruolo che si ricopre, ma si costruisce vivendo e lavorando fianco a fianco con i colleghi e con i pazienti. Diamo spazio all’ascolto reciproco come guida di ogni nostra relazione: solo così l’ambiente sanitario potrà migliorare e, soprattutto, crescere realmente.
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