Qualche giorno fa, durante un viaggio in auto, ho ascoltato un’intervista alla radio che mi ha riportato alla mente un tema che anni fa avevo già affrontato in un mio articolo: la figura del Lovegiver, ovvero l’assistente all’affettività e alla sessualità delle persone con disabilità.
Quell’intervista ha riacceso una riflessione che non mi ha più lasciato.
Perché la sessualità delle persone con disabilità continua a essere un tema scomodo? Perché, nonostante se ne parli sempre più spesso, rimane ancora marginale nel dibattito sanitario e sociale?
Sono un OSS e nel mio lavoro incontro ogni giorno persone fragili, famiglie e bisogni spesso inespressi. Tra questi esistono anche quelli dell’intimità, dell’affettività e della sessualità. Bisogni profondamente umani, ma troppo spesso ignorati. Da qui nasce la decisione di riprendere e approfondire questo tema.
Cos’è un Lovegiver.
Il termine Lovegiver è la denominazione divulgativa di una figura professionale più correttamente definita O.E.A.S. – Operatore all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità.
“Si tratta di un professionista formato per accompagnare le persone con disabilità in un percorso di educazione affettiva, corporea e sessuale, lavorando sulla conoscenza del corpo, sul piacere e sull’intimità.” (La Stampa)
L’obiettivo non è la prestazione sessuale nel senso tradizionale del termine, ma un percorso educativo e relazionale volto a restituire dignità a una dimensione spesso negata. Secondo il progetto promosso dal Comitato LoveGiver, l’assistente sessuale:
- Aiuta la persona con disabilità a esplorare l’affettività e la corporeità.
- Favorisce la consapevolezza del proprio corpo.
- Supporta percorsi di autonomia e benessere psicofisico.
Molte persone con disabilità vivono il proprio corpo esclusivamente in chiave assistenziale (lavarsi, vestirsi, mangiare), mentre la dimensione del piacere viene completamente ignorata.
Il diritto alla sessualità nella disabilità.
Parlare di assistenza sessuale significa prima di tutto parlare di diritti. L’idea alla base di questo progetto è semplice ma potente: la sessualità è parte integrante della salute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera infatti la salute sessuale una componente fondamentale della qualità della vita.
Eppure, il desiderio non scompare con la disabilità. Come scriveva Sigmund Freud:
“La sessualità è una delle forze più potenti della vita umana.”
Ignorarla significa ignorare una parte essenziale dell’essere umano.
La situazione legislativa in Italia.
Qui emerge il punto più complesso: in Italia la figura dell’assistente sessuale non è ancora regolamentata per legge. Dal 2014 giace un disegno di legge mai approvato, e questo vuoto normativo crea:
- Mancanza di riconoscimento professionale.
- Confusione culturale tra assistenza sessuale e prostituzione.
Al contrario, in Paesi come Svizzera, Germania, Paesi Bassi e Danimarca, questa figura è già riconosciuta e operativa.
Lovegiver e OSS: due professioni diverse.
Qui nasce una riflessione che riguarda direttamente la mia categoria. L’OSS si occupa dell’assistenza primaria (igiene, mobilizzazione, alimentazione), ma nella nostra formazione la sessualità dell’assistito è quasi totalmente assente.
Un OSS non può e non deve improvvisarsi Lovegiver. Le competenze richieste sono diverse:
- OSS: assistenza tecnico-pratica e supporto alla vita quotidiana.
- Lovegiver: sessuologia, psicologia della relazione ed etica del contatto corporeo.
Da operatore, però, mi pongo delle domande: perché nei corsi OSS impariamo a lavare un corpo, ma non a parlare del suo desiderio? Perché nelle strutture si parla di terapia e mobilizzazione, ma quasi mai di intimità?
Un problema culturale.
Forse il problema è soprattutto culturale. La figura del Lovegiver ci obbliga a guardare ciò che preferiremmo ignorare. Il filosofo Michel Foucault scriveva:
“Il corpo è il luogo in cui si esercitano potere e libertà.”
Per molte persone con disabilità, il corpo rischia di diventare solo il luogo della dipendenza. Il lavoro del Lovegiver cerca di restituire libertà dove esiste solo assistenza. Prendersi cura di una persona significa riconoscerla come essere umano completo, vivo e desiderante. Su questo, credo, abbiamo ancora molto da imparare.
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