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Il Governo valuta lo slittamento al 31 dicembre 2026 per l’abolizione del vincolo di esclusività. Le cause? Mancanza di dati dalle Regioni e la grave carenza di personale nel SSN.
Il tema caldo del vincolo di esclusività per gli infermieri e le professioni sanitarie torna prepotentemente in agenda. Durante il recente Question Time alla Camera, il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha confermato l’intenzione dell’Esecutivo di rinviare l’entrata in vigore delle norme restrittive, spostando l’asticella al 31 dicembre 2026.
Non si tratta di una semplice burocrazia, ma di una scelta obbligata dettata da due fattori critici: il “buio” sui dati reali e la necessità di tenere a galla un Servizio Sanitario Nazionale in affanno.
Il nodo dei dati: Regioni non pervenute
Perché serve più tempo? La risposta del Ministero è tecnica ma preoccupante: mancano i numeri. La legge prevede che le Regioni inviino trimestralmente i dati sulle richieste di autorizzazione alla libera professione. Tuttavia, il Ministero ha ricevuto informazioni:
- Frammentarie;
- Non omogenee;
- In alcuni casi, totalmente assenti.
Senza un monitoraggio affidabile, è impossibile capire la reale portata del fenomeno: quante domande vengono fatte? Chi le fa? Che impatto ha questo sulle attività istituzionali? Al momento, l’unica certezza è che la maggior parte delle richieste arriva da infermieri e professioni della riabilitazione, ma il quadro resta incompleto. Il rinvio al 2026 serve quindi a guadagnare un anno aggiuntivo per raccogliere dati certi e valutare l’impatto di un regime che equipara, per la prima volta, il comparto alla dirigenza medica.
Una boccata d’ossigeno per un SSN in crisi
Oltre alla questione dei dati, c’è un’emergenza molto più pratica: la carenza di personale. Gli organici sono all’osso e i carichi di lavoro in aumento rendono difficile garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), specialmente nelle aree più fragili.
In questo scenario, la proroga della possibilità di svolgere attività aggiuntive (libera professione) viene letta come una misura di buon senso. È un modo per non privare le aziende sanitarie e il territorio di risorse operative vitali.
Nota bene: Il Ministro ha sottolineato che questa apertura non deve essere vista come una privatizzazione strisciante, ma come uno strumento temporaneo per rispondere alla domanda di cura, mantenendo il SSN come baricentro.
Il caso Campania e l’allarme PNRR
A complicare il quadro c’è il ritardo nell’attuazione del PNRR, in particolare per quanto riguarda l’assistenza territoriale. Schillaci ha citato il caso della Campania definendo la situazione “gravissima”: nessuna Casa della Comunità operativa e un solo Ospedale di Comunità attivo.
La mancanza di un filtro territoriale costringe i cittadini a riversarsi nei Pronto Soccorso, aumentando la pressione su infermieri e medici dell’emergenza. Anche per questo, bloccare ora le attività aggiuntive rischierebbe di mandare in tilt il sistema.
Cosa significa per gli infermieri?
Per i professionisti sanitari, questo possibile slittamento rappresenta una medaglia a due facce:
- L’Opportunità: Garantisce continuità a chi ha già avviato attività libero-professionali, permettendo di integrare lo stipendio e valorizzare le proprie competenze fuori dall’orario di servizio.
- La Sfida Strutturale: Offre tempo per definire regole più chiare, ma non risolve il problema alla radice.
La vera partita si gioca sulla valorizzazione economica e contrattuale della professione. Il rinvio è una “tregua” necessaria, ma senza investimenti strutturali sugli organici e sugli stipendi, rischia di rimanere solo un palliativo temporaneo per un sistema che ha disperato bisogno dei suoi infermieri.
In sintesi
- La notizia: Probabile proroga dello stop al vincolo di esclusività fino al 31/12/2026.
- Il motivo: Mancano i dati regionali sul fenomeno e c’è carenza di personale.
- L’obiettivo: Usare il 2025/26 per monitorare l’impatto reale della libera professione.
- Il contesto: Ritardi nel PNRR e necessità di supportare un SSN sotto pressione.

