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Gent.le Direttore,
sarei onorato di condividere con i Vostri lettori le analisi dei professori J. Bhattacharya e M. Kulldorff, pubblicate sul Journal of the Academy of Public Health, i quali sollevano interrogativi che non possiamo più ignorare. Il crollo della fiducia pubblica non è un fenomeno irrazionale, ma l’esito di una comunicazione che ha sacrificato il rigore scientifico sull’altare dell’urgenza politica. Il problema non è stato solo il “come” abbiamo comunicato, ma la natura stessa dei dati forniti. Come evidenziato dagli autori, i trial clinici iniziali si sono concentrati sulla riduzione dei sintomi lievi nel brevissimo termine, senza offrire certezze sulla prevenzione del contagio o sulla riduzione della mortalità. Eppure, le autorità hanno presentato questi farmaci come lo strumento definitivo per bloccare la trasmissione, creando un’aspettativa che la realtà ha poi inevitabilmente smentito.
Se i dati sull’efficacia nel prevenire il contagio erano incompleti o assenti (come ammesso persino dalle case farmaceutiche in sede europea), la base stessa su cui poggiava l’obbligatorietà vacilla. L’imposizione di un trattamento sanitario, per essere costituzionalmente legittima, dovrebbe garantire non solo un beneficio individuale, ma soprattutto la tutela della salute pubblica attraverso l’arresto della circolazione virale. Se questo presupposto viene meno, l’obbligo si trasforma in una forzatura che mina il principio del consenso informato.
La crisi della fiducia nasce da tre silenzi fondamentali: 1) immunità naturale; è stata colpevolmente ignorata la protezione di chi aveva già contratto il virus, trattando la popolazione come un blocco monolitico. 2) il lungo periodo; non si è avuta la pazienza (o la trasparenza) di attendere studi consolidati sugli effetti a lungo termine, etichettando ogni dubbio come “anti-scientifico”. 3) la gestione del dissenso; invece di rispondere alle paure con i dati, si è fatto ricorso a tecnicismi o, peggio, a una narrazione quasi propagandistica.
La cosiddetta “esitazione vaccinale” non è “rifiuto della scienza”, ma una reazione logica a messaggi opachi. Quando la politica utilizza la scienza per giustificare decisioni che limitano le libertà fondamentali senza basi solide, finisce per danneggiare la credibilità di entrambe.
Per il futuro, la strada è una sola: la trasparenza radicale. La comunicazione istituzionale deve avere il coraggio di ammettere i limiti dei dati e di rispettare il dubbio dei cittadini. Solo così si potrà ricostruire quel legame spezzato, perché la fiducia non si impone per legge, si guadagna con l’onestà.
Riferimento bibliografico:
Bhattacharya, J., & Kulldorff, M. (2024). Critical Analysis of COVID-19 Vaccine Randomized Clinical Trials. Journal of the Academy of Public Health.
DOI: https://doi.org/10.70542/rcj-japh-art-lx5ggg
Francesco Sciacca, Ph.D in ricerca clinica e traslazionale in neuroscienze e oncologia
Executive Master in Risk Communication Management. Gestire e comunicare il rischio e la crisi in Sanità

