Il Tribunale Militare assolve un ufficiale medico per la frase: «Io sono il medico, tu sei un cazzo di infermiere». Una sentenza che scuote la professione e riapre il dibattito sul riconoscimento dei ruoli nelle Forze Armate.
Un diverbio per una zecca da rimuovere si è trasformato in un caso giuridico e professionale che farà discutere a lungo. Il Tribunale Militare di Roma ha recentemente assolto un Maggiore medico dell’Aeronautica dall’accusa di ingiuria a un inferiore (art. 196 c.p.m.p.). Il motivo? Quell’espressione sprezzante non sarebbe stata un’offesa gratuita, ma una “riaffermazione energica della gerarchia”.
Il fatto: scontro in infermeria.
La vicenda risale al maggio 2024. In una base militare romana, un maresciallo infermiere e un maggiore medico entrano in conflitto sulla procedura da seguire per un aviere che necessita della rimozione di una zecca. Di fronte al tentativo di intervento dell’infermiere, l’ufficiale medico esplode: «Sono io il medico. Tu sei un cazzo di infermiere. Punto».
Nonostante l’ingiuria sia ancora reato nel codice penale militare (a differenza di quello civile), i giudici hanno optato per l’assoluzione.
La perizia linguistica e il “contesto operativo”.
A orientare la decisione è stata anche una consulenza tecnica di un linguista dell’Università Ca’ Foscari. La tesi accolta è che, nel contesto di una tensione operativa, il termine volgare non fosse volto a umiliare l’uomo, ma a fungere da “intensificatore linguistico” per ribadire chi comanda.
In sostanza, per il Tribunale, il superiore stava solo ricordando i ruoli in un momento critico. Una lettura che, seppur valida dal punto di vista puramente tecnico-giuridico, apre una voragine sul piano del rispetto professionale.
Il cortocircuito: Grado vs Professione.
Il vero nodo della questione è il paradosso che vivono gli infermieri militari oggi:
- Da un lato: sono professionisti laureati, iscritti all’ordine, con responsabilità civili e penali piene e un’autonomia clinica riconosciuta dalla legge.
- Dall’altro: sono inseriti in un sistema gerarchico dove il grado conta ancora più della competenza specialistica.
Il termine “solo” (o l’uso di rafforzativi volgari) riduce anni di studi e competenze a una mera funzione di subalternità. Questa sentenza sembra suggerire che, sotto le stellette, la qualifica accademica possa essere legittimamente oscurata dal grado gerarchico.
Un problema strutturale.
L’assoluzione penale chiude il fascicolo in tribunale, ma non risolve il problema culturale. Come può un sistema sanitario moderno funzionare se la collaborazione multidisciplinare viene sacrificata sull’altare del “io comando e tu no”?
Il rischio è che episodi del genere allontanino i professionisti sanitari dalla carriera militare o, peggio, creino un clima di lavoro tossico dove il timore della sanzione gerarchica inibisce il corretto agire professionale.
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