L’indagine della Procura di Napoli su migliaia di iscrizioni irregolari apre un vaso di Pandora. Il rischio, denunciano i sindacati, è che il business abbia definitivamente sostituito il merito, mettendo a rischio la qualità di professioni chiave, dalla pedagogia alla sanità.
Il mondo accademico italiano è sotto shock, ma non è una sorpresa per chi, da anni, denuncia la deriva “for profit” del sistema universitario. L’inchiesta della Procura di Napoli, che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di 40 persone e al vaglio oltre 4.200 posizioni tra lauree, master e corsi di formazione, è molto più di un fatto di cronaca giudiziaria: è l’esplosione di un modello che molti definiscono, senza mezzi termini, “titolificio”.
Un sistema sotto accusa: corruzione e scorciatoie.
Al centro della bufera c’è l’Università Telematica Pegaso. Le accuse ipotizzate dagli inquirenti sono pesanti: associazione per delinquere, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e falsità ideologica. L’obiettivo, secondo l’accusa, sarebbe stato quello di gonfiare i numeri degli iscritti per massimizzare i profitti, trasformando il percorso accademico in una transazione commerciale.
Esami ridotti a brevi colloqui di pochi minuti, procedure online che somigliano a “catene di montaggio” e titoli rilasciati con facilità sospetta. È questo il quadro che emerge, un sistema che svilisce non solo il valore legale della laurea, ma il senso stesso dello studio.
Il campanello d’allarme: la sanità e il sociale sono in pericolo.
Se il fenomeno colpisce duramente il settore socio-pedagogico, è necessario aprire un capitolo a parte per le lauree e i master in ambito sanitario. Quando la formazione di chi dovrà occuparsi della salute dei cittadini, dell’assistenza o dell’educazione viene svuotata di rigore, il danno diventa sociale.
Una laurea ottenuta senza una reale verifica delle competenze non è solo un “pezzo di carta”: è un potenziale rischio per la collettività. La denuncia di Gianna Fracassi, segretaria generale della FLC CGIL, è netta: siamo di fronte al mercimonio di titoli che mina la fiducia nelle istituzioni formative e nella professionalità di chi opera in settori vitali.
Una politica assente e norme che “agevolano”.
La domanda che sorge spontanea è: come si è arrivati a questo punto? Secondo il sindacato, la responsabilità è anche di una politica di vigilanza carente. Il decreto 1.835, che di fatto ha allentato i requisiti per gli atenei privati for-profit, è stato visto da molti come un salvagente per un sistema che doveva invece essere regolato con maggiore severità.
Nonostante dossier, segnalazioni e denunce inviate al Ministero dell’Università (MUR) e all’ANVUR, la risposta istituzionale è stata spesso percepita come insufficiente o di facciata.
Verso un punto di non ritorno.
L’indagine napoletana deve rappresentare un punto di svolta. È necessario chiedersi:
- Quanti altri atenei operano secondo logiche puramente di profitto?
- Quali sono le reali garanzie di preparazione per chi oggi si abilita in ambito sanitario tramite questi canali?
- È possibile continuare a considerare la formazione universitaria un business privato senza che il bene pubblico ne risenta?
La conclusione della FLC CGIL è un monito per le istituzioni: la conoscenza non è una merce. Se l’università smette di essere un luogo di formazione autentica e diventa un supermercato di titoli, il degrado culturale e professionale del Paese è inevitabile. Il Ministero deve passare dalle parole ai fatti, garantendo una vigilanza reale, rigorosa e, soprattutto, disinteressata.
“Tu cosa ne pensi? Il sistema universitario italiano sta proteggendo il valore dei nostri titoli di studio o sta cedendo alla logica del profitto? Lascia un commento.”
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