Studenti Infermieri: supporto psicologico per sofferenza e morte Assistito.

Studenti Infermieri: supporto psicologico per sofferenza e morte Assistito.

Uno studio risalente al 2015 ed ancora attuale. Ecco come si tutelano i futuri Infermieri.

Durante il progetto “La gestione delle emozioni di fronte alla sofferenza ed alla morte negli studenti di infermieristica in tirocinio”, proposto agli studenti del terzo anno di CdL in Infermieristica in tirocinio presso l’ASL TO5 nel febbraio 2014, gli studenti hanno rappresentato la morte come un salto nel vuoto, come un’incognita, un grande punto interrogativo. Hanno disegnato burroni, strapiombi e buchi neri; famiglie e società da cui il soggetto si allontana per andare a morire solo. Molti studenti del terzo anno hanno portato alla luce episodi critici verificatisi durante i primi anni di corso. Alcuni, molto emozionati, hanno faticato a raccontare tali esperienze, ma allo stesso tempo sono stati soddisfatti di aver finalmente potuto “svuotare i loro cassetti.”

Il concetto di lutto è stato esplorato ampiamente nelle famiglie che perdono una persona cara e nei pazienti che soffrono a causa di una diagnosi terminale; i pazienti e le famiglie vivono in genere una sola volta questo lutto. Che dire allora degli infermieri che vivono il lutto più volte a settimana, che affrontano ogni giorno la sofferenza? Gli infermieri aiutano troppo spesso famigliari e pazienti ad elaborare il lutto, ma poi chi si prende cura degli infermieri stessi? Riconoscere che gli infermieri devono attraversare il lutto dei pazienti e giungere ad una sana risoluzione è il primo passo per aiutare a mantenere una salute fisica, mentale e spirituale (Brunelli, 2005).

La nostra esperienza.

Abbiamo deciso di indagare come i tutor vivono la morte e come affrontano l’argomento con gli studenti durante il tirocinio. In particolare si è voluto indagare: come vivono la morte di un paziente i tutor clinici, come preparano gli studenti ad affrontare la morte di un paziente, come aiutano gli studenti ad elaborare la morte di un paziente; quali sono, secondo i tutor clinici, le carenze del percorso formativo triennale per supportare lo studente nella gestione della sofferenza e del lutto e quali sono invece le proposte dei tutor per supportare gli studenti.

A tal fine è stata realizzata un’indagine, interpellando i Tutor clinici del C.L.I. di Città della Salute e della Scienza di Torino, selezionando coloro che hanno un’esperienza superiore ai 5 anni.

Il parere dei tutor è unanime nel descrivere l’atteggiamento degli studenti: nell’approccio al morente, nel momento della morte, della gestione della salma, lo studente tende a rimanere impietrito. Si isola, osserva da debita distanza, difficilmente si propone per aiutare gli infermieri. Gli studenti sembrano spaventati, hanno quasi paura di toccare il defunto, se possibile addirittura cercano di non entrare nella stanza.

I tutor invece, da parte loro, si dividono tra coloro che cercano di coinvolgere lo studente, di spronarlo, senza comunque forzarlo e coloro che invece allo studente non chiedono nulla: non se la sentono di coinvolgerli nella pulizia e nella vestizione della salma, quindi li lasciano in disparte ad osservare.

I tutor riferiscono che le emozioni degli studenti sono in realtà le più svariate: alcuni tendono a minimizzare l’evento, dicendo che per loro non è un problema, ma al tutor sembra in realtà che lo studente lasci trasparire altri sentimenti, in particolare lo spavento. Altri invece non riescono a descrivere cosa possa provare lo studente: li vedono guardare, ma non riescono a capire cosa possano provare veramente.
Parlando di quanto precede l’inizio del tirocinio, alcuni tutor preparano gli studenti ad affrontare la morte: indagano i vissuti personali degli studenti, li introducono alle principali patologie presenti in reparto, soprattutto introducono l’argomento morte riferendo loro che vedranno sicuramente persone morire, quindi iniziano a raccontare cosa succederà, cosa vedranno e cosa verrà chiesto loro di fare. Altri invece non affrontano l’argomento: alcuni perché danno per scontato che lo studente sappia che, avendo scelto questo lavoro, vedrà sicuramente persone soffrire e morire; altri, più semplicemente, perché non ci hanno mai pensato. Alcuni affrontano invece l’argomento solo con gli studenti del primo anno, mentre non fanno nulla con quelli del secondo e terzo anno, perché danno per scontato che ormai li abbia già preparati qualcun altro.

La preparazione degli studenti alla morte è risultata molto studiata e strutturata nelle degenze a carattere oncologico, pur sempre presente nelle medicine, ma trascurata principalmente nelle chirurgie e in alcuni servizi di emergenza-urgenza.

In seguito al lutto alcuni tutor cercano di parlare con lo studente, chiedendogli come si è sentito, cosa ha provato; cercano di recuperare emozioni e sensazioni. Altri invece lasciano correre, se lo studente non chiede spiegazioni o non fa domande l’argomento non viene approfondito. Questi ultimi tutor, la minoranza, si giustificano dicendo che non si sentono pronti a supportare lo studente in quanto anche loro stessi si sentono inadeguati e impreparati; altri, invece, dicono che se lo studente lo chiede, loro sono ben disposti a parlarne, ma se nessuno riporta problematicità legate all’evento allora va bene così.

Anche per il “dopo morte”, il servizio dove l’argomento è maggiormente affrontato è l’oncologia: ci sono incontri strutturati settimanali e a disposizione degli studenti, oltre la tutor, c’è anche una psicologa.

Coloro che però parlano con gli studenti tendono a non forzarli: provano a buttare l’amo, ma poi non insistono e riferiscono infatti che gli studenti si dividono tra coloro che riescono a esteriorizzare e coloro che invece tornano a casa in silenzio, senza aver affrontato l’argomento.

Andando a indagare la preparazione dei tutor alla gestione dell’evento morte, alla gestione dello studente nel momento del lutto, solo uno ha riferito di aver partecipato, anni indietro, a corsi inerenti l’argomento e di conseguenza adotta una metodologia precisa e studiata. Quello che tutti gli altri percorrono, invece, è frutto della loro esperienza, di percorsi personali, di improvvisazione. Alcuni, ricordando come sono stati aiutati loro in passato, così cercano di aiutare oggi gli studenti.

In modo critico ribadiscono che tutto viene lasciato alla libera scelta dei tutor, che a differenza di molti altri argomenti, su questo tema non c’è preparazione: sono loro i primi a sentirsi impreparati e inadeguati e di conseguenza non pronti ad aiutare correttamente gli studenti.

Domandando ai tutor di cosa avrebbero bisogno, gli interpellati hanno risposto nei modi più svariati: la maggior parte propone che siano i tutor stessi ad essere maggiormente formati e preparati in modo da poter aiutare gli studenti: citando Campione (2005), “prendersi cura di quelli che curano” è fondamentale.

CONCLUSIONI
Le dinamiche emozionali che si instaurano fra paziente e curante, che sia esso infermiere o studente, sono profonde e coinvolgenti.

Un corretto atteggiamento di fronte alla morte è frutto di una ricerca costante che non può essere rinchiusa nella sfera del sentire personale; per accostarsi utilmente al morente bisogna essersi preparati sia sui testi che con esperienze e scambi professionali, sviluppare capacità di empatia, oltre che una buona conoscenza di sé. È questo che emerge dalle interviste: una preparazione maggiore sia degli studenti che dei tutor stessi, un aiuto ai tutor per poter aiutare gli studenti a esprimere queste emozioni.

Per poter aiutare gli studenti a prepararsi alla morte occorrerebbe forse uniformare gli interventi: fare in modo che non sia una scelta del tutor informare o meno lo studente sulla morte nel proprio reparto, sulle casistiche, le modalità, i comportamenti da adottare, le implicazioni, gli aspetti amministrativi, la gestione della salma, le emozioni. Per poter invece supportare efficacemente lo studente, in caso di sofferenza o in seguito ad un lutto, quello di cui i tutor sentono maggiormente il bisogno è il confronto tra tutor stessi, infermieri di reparto e studenti per poter imparare dai propri errori, dalle proprie mancanze e dalle conoscenze dei più esperti: incontri trimestrali, semestrali o in occasione di ogni tirocinio. Jonsson, Segesten e Mattsson (2003) suggeriscono l’opportunità di organizzare debriefing tra gli operatori, per dar loro modo di parlare, per poter superare il trauma subito, confrontandosi con i propri pari.

Un aspetto largamente condiviso, è la necessità di dare spazio ai tutor clinici, agli studenti, agli infermieri per poter parlare delle proprie difficoltà. Questo spazio non deve essere lasciato in autogestione, ma deve essere ben strutturato. Uno degli strumenti più accreditati per soddisfare le esigenze di intervenire nelle situazioni di grave stress, come può essere la morte di un paziente, è il Critical Incident Stress Management, ideato da Mitchell e Everly negli anni Ottanta (Monti, 2001). All’interno del programma, una parte importante è assunta dal Critical Incident Stress Debriefing (CISD). Questo metodo di intervento ha lo scopo di prevenire lo stress lavorativo nei reparti di emergenza, ma può essere utile anche nell’elaborazione del lutto e nella gestione della sofferenza.

Secondo Zanlucchi (2003) il debriefing psicologico permette effettivamente di ridurre i segni e sintomi causati da distress.

La tecnica invece sperimentata da Lillyman (2010) in Gran Bretagna, e rivolta direttamente agli studenti infermieri, prevede l’utilizzo dello storyboard. Lo storyboard, introdotto da Leonardo da Vinci e utilizzato ora dai registi cinematografici, è uno strumento che aiuta a visualizzare in maniera organica l’esperienza che l’utente vive, tramite il disegno di passaggi chiave relativi ad una storia. La forma, oltre che visuale, è anche narrativa e aiuta a esplorare i concetti e renderli visibili a tutto il team coinvolto. L’attività prevede la creazione di storyboard in piccoli gruppi e poi la discussione in plenaria. I temi affrontati dagli storyboard sono proprio la morte dei pazienti, il lutto, la sofferenza, le dinamiche con i famigliari. Gli studenti inglesi sono stati soddisfatti dall’esperienza perché si sono sentiti ascoltati gli uni dagli altri, si sono sentiti liberi di poter raccontare le loro emozioni e le loro esperienze. Il disegno aiuta a creare un clima di fiducia e sicurezza, li incoraggia ad esternare i propri sentimenti.

Questo lavoro, lungi dal voler proporre facili soluzioni, intende fornire un quadro descrittivo della situazione dei tutor, delle loro conoscenze e competenze, delle loro modalità di intervento e supporto degli studenti nell’ambito della morte e del lutto. Di conseguenza offrire spunti di riflessione utili ad una successiva e competente pianificazione di interventi formativi rispetto a questo ambito di apprendimento.

La formazione è conoscenza e la conoscenza porta alla crescita dell’individuo come entità. E’ per questo che i tutor clinici e gli studenti, e gli infermieri in generale, hanno il diritto di essere formati, il dovere di informarsi e di crescere, di diventare liberi di provare emozioni e sentimenti che non li coinvolgano negativamente, ma che li aiutino ad essere migliori per sé stessi come professionisti della cura, ma anche per gli utenti che affrontano quotidianamente (Cappelli, De Camillis, 2007).

Servizio a cura di Mattia Morone (1) e Simona Facco (2)

(1) infermiere libero professionista, Casa di Cura Città di Bra.
(2) infermiera, docente del Corso di laurea in Infermieristica, Università degli studi di Torino.

Fonte: FNOPI.it

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BIBLIOGRAFIA

  • Brunelli T. (2005) A concept analysis: the grieving process for nurses. Nurs Forum 40(4):123-8.
  • Campione F. (2005) The last dance. Bologna: CLUEB Ed.
  • Cappelli C., De Camillis N. (2007) L’infermiere: vittima o sopravvissuto. Un no al burn-out dei sentimenti [tesi]. Pescara: Università degli studi “Gabriele d’Annunzio” Chieti-Pescara.
  • Jonsson A., Segesten K. (2003) The meaning of traumatic events as described by nurses in ambulance service. Accident and Emergency Nursing; 11: 141-152.
  • Jonsson A., Segesten K., Mattsson B. (2003) Post-traumatic stress among Swedish ambulance personnel. Emergency Medicine Journal; 20: 79-84.
  • Lylliman S., Gutteridge R., Berridge P. (2011) Using a storyboarding technique in the classroom to address end of life experiences in practice and engage student nurses in deeper reflection. Nurse Education in Practice, 11 179-185.
  • Monti M. (2001) Lo stress acuto negli operatori d’emergenza e sue complicanze. Descrizione e criteri di intervento nel personale. In: Relazione convegno AISACE, Lugo 11-12 ottobre 2001.
  • Zanlucchi C. (2003) Lo stress e le strategie di coping degli infermieri del soccorso extraospedaliero. Una ricerca qualitativa[tesi]. Trento: Università degli studi di Verona.

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