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Studenti infermieri e prostituzione: la storia di una collega

Studenti infermieri e prostituzione: la storia di una collega

Le inchieste di AssoCareNews.it Tutto vero: una testimonianza che deve farci riflettere.

Studenti infermieri e prostituzione, un mondo sottovalutato che però vive le sue realtà. Una giovane collega Infermiera ci racconta in questa intervista la sua esperienza diretta. Di seguito la testimonianza di chi è stata costretta a vendere il proprio corpo per sbarcare il lunario o forse solamente per dire “che esisto”.

I sociologi affermano che il fenomeno delle prestazioni sessuali a pagamento nasce quando viene favorito dall’ambiente. Nel tuo caso in che modo l’ambiente ha influenzato le tue decisioni?

Voglio dire fin da subito che io provengo da una di quelle famiglie che potremmo definire “per bene”, rispettabile.

I miei genitori sono persone normali che lavorano, con un’istruzione e mi hanno dato una corretta educazione. Ero appena adolescente quando si separarono, in maniera piuttosto litigiosa. Io e mio fratello abbiamo vissuto quel periodo in maniera orribile ed è anche per questo che sono voluta andare a studiare infermieristica non nella città a pochi chilometri da dove sono nata. Sono diventata fuorisede.

Ho preso una stanza condivisa e ho cominciato l’università. Al secondo anno però mio padre al culmine dell’ennesimo litigio con mia madre ha annunciato che non avrebbe più inviato soldi. Mi sono ritrovata quindi da un mese all’altro senza fondi sulla postpay. Per fortuna le tasse universitarie erano già saldate. Questo è stato il momento critico in cui ho dovuto trovarmi dei soldi per pagare affitto, spese e non nego anche qualche serata con le amiche.

Molti studenti vivono o hanno vissuto questa situazione. Puoi dirci come hai inziato la tua attività?

E’ iniziata un pò per caso nel senso che una sera praticai del sesso orale ad un ragazzo che mi disse che avrebbe pure pagato per una cosa fatta a quel modo. Mi imbarazzò molto e anche adesso a raccontarlo vivo lo stesso. Ci pensai su e nei giorni dopo decisi di provare a farmi pagare. Non sapevo come iniziare e feci nell’unico modo che conoscevo: scrissi il mio numero nello spazio condiviso del bagno di un locale serale. Dopo qualche altro giorno mi chiamò un ragazzo un pò più grande. Quella specie di annuncio era fatto bene e ci avevo pure studiato su a dire il vero, quindi me lo aspettavo.

Molto dopo ho scoperto che esistono pure tecniche di marketing ma non potevo sapere e mi vergognavo a cercare. Iniziai così, in un’auto con appuntamento fissato per telefono.

Senza scendere troppo in dettagli, ti eri data un’organizzazione in merito?

Si, nel senso che comunque essendo una persona organizzata, amo le cose regolamentate. Praticavo solo sesso orale e massimo due volte al giorno. Mi facevo dare 10 euro. Dopo qualche giorno ho fatto una sim nuova con nuovo numero. Mi ero fatta anche un giro tutto mio, spesso tornavano gli stessi. Quando erano nuovi non andavamo mai fuori città ma nelle periferie.

Come hai vissuto il momento di superamento della concezione morale? E come vivevi la tua attività?

La moralità è relativa. Non ne ho parlato mai con nessuno a parte un’amica intima ma solo quando avevo smesso di farlo. Io stavo provvedendo a me stessa, purtroppo i ritmi del corso di laurea non mi permettevano di lavorare. Nel frattempo però vendevo i miei appunti di lezione, anche se ci guadagnavo poco e in maniera non costante. Non ci potevo fare affidamento insomma.

La mia attività l’ho vissuta come un lavoro.

A livello interiore eri serena?

No ma cercavo di non pensarci. Focalizzavo l’obiettivo di riuscire a finire il corso di laurea e riuscire anche a vivere senza impazzire dietro ogni singolo centesimo. Senza quelle entrate non ce l’avrei proprio fatta, con esse invece mi sono tolta anche qualche sfizio.

Ricordo che la cosa più dolorosa era sentire che spesso mi piaceva. Un paio di volte ho pure provato attrazione e desiderio di consumare un rapporto sessuale con quei clienti.

Sembrano stupidaggini ma ti segnano. Non mi sono mai sentita una prostituta ma in ogni caso, di fatto lo ero.

Hai accennato al fatto che hai cessato la tua attività. Come mai?

In modo semplice: mio padre al quarto mese di assoluta mancanza di fondi si è ricordato di avere una figlia e ha ricominciato a fornirmi i fondi.

Non mi pento di quello che ho fatto, perchè l’ho fatto per uno scopo serio.

Grazie dell’intervista, in bocca al lupo per tutto.

 

Dott. Marco Tapinassi

Vice-Direttore. Infermiere in Psichiatria, webwriter, attentatore di biscotti ma anche coautore di libri sui concorsi pubblici. Immagina l'informazione come un fattore di crescita. Non perde nemmeno un tè con il suo Bianconiglio.

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