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Niente via libera alla formazione complementare proposta dalla Regione Veneto. I giudici di Palazzo Spada respingono il ricorso: “L’OSS non è una professione sanitaria, servono infermieri, non soluzioni creative”.
Il Consiglio di Stato ha confermato lo stop alla delibera della Regione Veneto sui cosiddetti “Super OSS”. Con un’ordinanza che pesa come un macigno sulle strategie regionali per tamponare la carenza di personale, i giudici hanno respinto il ricorso presentato da Venezia contro la sospensiva già decisa dal TAR lo scorso luglio.
La decisione congela di fatto la Delibera n. 305 del 16 marzo 2021, con cui la Giunta veneta intendeva istituire il percorso di “Formazione complementare in assistenza sanitaria dell’Operatore Socio-Sanitario”, attribuendo a questa figura mansioni tipicamente infermieristiche.
Le motivazioni dei giudici: “Rischio di danni irreversibili”.
Perché il Consiglio di Stato ha detto no? La motivazione è procedurale ma con forti implicazioni sostanziali. I giudici hanno ritenuto che dare il via libera immediato ai corsi, prima della sentenza di merito (fissata per il 15 dicembre 2021), avrebbe comportato rischi troppo alti.
Se la delibera fosse stata attuata e poi annullata definitivamente a dicembre, si sarebbero create “conseguenze procedimentali e provvedimentali tali da rischiare di vanificare gli effetti della decisione di merito”. In parole povere: non si possono formare operatori con nuove mansioni se c’è il rischio concreto che l’intero impianto normativo venga cancellato pochi mesi dopo.
La reazione politica: “L’OSS non è una professione sanitaria”.
La decisione è stata accolta con favore dalle opposizioni in Consiglio Regionale, che da tempo denunciavano la pericolosità della scorciatoia tentata dal Veneto.
Anna Maria Bigon, consigliera del Partito Democratico, non usa mezzi termini: «L’ordinanza ha messo la parola fine alla delibera sui Super OSS».
Secondo la consigliera, la posizione dei giudici ribadisce indirettamente un concetto cardine: l’Operatore Socio-Sanitario non è ascrivibile al novero delle professioni sanitarie.
«Adesso si accantonino definitivamente le soluzioni ‘creative’», attacca Bigon, «non si può sopperire ad anni di programmazione sbagliata con proposte inadeguate». La ricetta proposta è quella classica, ma spesso inascoltata: aumentare i posti nei corsi di Laurea in Infermieristica e potenziare la formazione base degli OSS, senza creare ibridi professionali per risparmiare.
Un segnale per il futuro.
Questa ordinanza non è solo un atto amministrativo locale, ma un segnale nazionale. Arriva in un momento in cui le Regioni premono per una maggiore flessibilità delle competenze (task shifting), mentre gli Ordini delle professioni sanitarie chiedono rispetto dei ruoli e sicurezza per i pazienti.
La Regione Veneto, che aveva scelto di “tirare dritto” nonostante i dubbi sollevati dalle parti sociali, si trova ora costretta a fermarsi e ad attendere l’udienza di merito di fine anno.
Il messaggio che arriva da Roma è chiaro: la carenza di personale è un’emergenza, ma non può essere risolta inventando nuove figure professionali a colpi di delibere regionali, scavalcando i percorsi accademici e le competenze stabilite dalla legge.

