Pubblicità

Coronavirus: in che modo le misure governative che tutelano la salute pubblica impattano sugli ospiti delle RSA italiane? Analisi tra principi di autonomia e beneficità.

Vivere in ambiente comunitario non è una scelta ma è un’esigenza dettata spesso dalla necessità di cure, che solo rinunciando ad una parte dei propri spazi personali e in qualche modo della propria libertà si possono ottenere.

È il caso delle persone che vivono in RSA, che hanno dovuto, obtorto collo, rinunciare alla propria vita consueta, alle abitudini, alla convivenza con i propri cari, agli affetti, ai ricordi,agli oggetti preziosi, al ruolo sociale… per affidarsi alle cure esperte di chi può compensare le carenze sopraggiunte in seguito all’età avanzata e alle malattie.

Si lascia all’esterno tutto il proprio mondo, ci si spoglia di parte della propria identità per entrare a far parte di una piccola realtà
sconosciuta e preconfezionata. Affrontare un percorso di cura all’interno di un’istituzione non è mai facile, e spesso per affrontare il trauma del distacco si reagisce rafforzando l’attaccamento a quanto rimane della vita prima dell’istituzionalizzazione.

Le giornate diventano lunghissime, il tempo scorre lentamente, non si sceglie più autonomamente a quali attività dedicarsi perché bisogna adattarsi alle esigenze del gruppo. L’unico momento di gioia che ancora rimane ad illuminare le giornate monotone e a colmare il senso di perdita e abbandono, è la visita dei propri cari. Molto spesso la visita del familiare rappresenta tutto ciò che rimane della propria vita, l’unico legame che ricorda all’anziano che nonostante un presente di perdita ci si lascia alle spalle un passato in cui si è costruito, che al mondoc’è ancora qualcuno che lo ami.

L’importanza di sentire il calore di un familiare per l’anziano che vive in comunità è di enorme portata ed ha un impatto sull’aderenza terapeutica dello stesso e sul processo di coping in generale. Alcuni studi dimostrano come gli ammalati che ricevono più di frequente la
visita dei propri cari riducono in modo significativo i sintomi cardio vascolari e gli indici ormonali di stress.

E infatti da un approccio arcaico volto a isolare il paziente istituzionalizzato si è passati ad un’ottica mirata all’inserimento sempre più partecipe dell’assistito all’interno della comunità di appartenenza.

Il ricovero in struttura oggi non rappresenta più la separazione dal mondo esterno ma si fa il possibile affinchè i legami affettivi e sociali dell’assistito restino saldi, anche per mitigare quel
senso di perdita e di abbandono che la persona al momento del suo ingresso in struttura inevitabilmente vive.

Il Covid 19 e le limitazioni

Tutto questo fino a pochi giorni fa. In questo inverno 2020 invece è accaduto qualcosa di talmente inaspettato ed imprevedibile da mettere in discussione in maniera determinante tutto quanto gli studi scientifici e gli approcci metodologici abbiano dimostrato essere la scelta migliore per il benessere dei nostri pazienti: l’avvento del Coronavirus. I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per
causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS). I Coronavirus sono stati identificati a metà degli anni ’60 e sono noti per infettare l’uomo ed alcuni animali (inclusi uccelli e mammiferi).

Le cellule bersaglio primarie sono quelle epiteliali del tratto respiratorio e gastrointestinale. Un nuovo Coronavirus (nCoV) è un nuovo ceppo di coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell’uomo. In particolare quello denominato SARS-CoV-2 (precedentemente 2019-nCoV), non è mai stato identificato prima di essere segnalato a Wuhan, Cina, a dicembre 2019.

La comparsa di nuovi virus patogeni per l’uomo, precedentemente circolanti solo nel mondo animale, è un fenomeno ampiamente conosciuto (chiamato spill over o salto di specie) e si pensa che possa essere alla base anche dell’origine del nuovo coronavirus (SARS-CoV-2). Al momento
la comunità scientifica sta cercando di identificare la fonte dell’infezione.

Le persone anziane e quelle con patologie sottostanti, quali ipertensione, problemi cardiaci o diabete e i pazienti immunodepressi
(per patologia congenita o acquisita o in trattamento con farmaci immunosoppressori, trapiantati) hanno maggiori probabilità di sviluppare forme gravi di malattia. Il nuovo Coronavirus è un virus respiratorio che si diffonde principalmente attraverso il contatto stretto con una persona malata. La via primaria sono le goccioline del respiro delle persone infette ad esempio tramite:

  • la saliva, tossendo e starnutendo;
  • contatti diretti personali;
  • le mani, ad esempio toccando con le mani contaminate (non ancora lavate) bocca, naso o occhi.

In casi rari il contagio può avvenire attraverso contaminazione fecale. Da quanto detto non è difficile comprendere come un simile virus possa essere pericoloso in un ambiente comunitario, in particolare in un ambiente costituito prevalentemente da anziani con problemi di salute, verso i quali il virus è più aggressivo.

Se arrivasse un contagio all’interno di una RSA le conseguenze sarebbero devastanti. Da qui il Dpcm del 04/03/2020 che stabilisce:

l’accesso di parenti e visitatori a strutture di ospitalità e lungo degenza, residenze sanitarie assistite (RSA) e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e non, è limitata ai soli casi indicati dalla direzione sanitaria della struttura, che è tenuta ad adottare le misure necessarie a prevenire possibili trasmissioni di infezione;”

Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri pone dunque delle limitazioni all’ingresso in struttura di familiari e visitatori con
lo scopo di prevenire un contagio che in un ambiente dove la condivisione degli spazi fa parte della quotidianità e dove gli spazi stessi sono limitati, potrebbe avere conseguenze terrificanti. Nonostante questo in tutta Italia diverse amministrazioni locali hanno ritenuto il Decreto non abbastanza incisivo, contestando la possibilità di ingresso “ai soli casi indicati dalla direzione sanitaria”.

In Trentino, per esempio, l’Upipa (Unione Provinciale Istituzioni per l’Assistenza) ha emanato un comunicato asserendo che: “in rappresentanza dei gestori di RSA del Trentino: prende atto delle linee guida emanate dal Presidente della Giunta Provinciale ad interpretazione del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 04.03.2020 in materia di limitazioni all’ingresso in RSA dei familiari e dei visitatori; ritiene che tali indicazioni non abbiano il valore giuridico di un’ordinanza, non abbiano validazione scientifica e siano in contrasto con le misure di sicurezza per garantire la riduzione del rischio di contagio all’interno delle strutture che ospitano anziani fragili e maggiormente esposti; comunica che non applicherà tali linee guida e continuerà a limitare l’accesso al solo personale
sanitario e assistenziale delle strutture medesime, poiché il personale è pienamente in grado di garantire l’assistenza richiesta; provvederà inoltre ad inoltrare tempestivamente le linee guida emanate dalla PAT (Provincia autonoma di Trento) all’Istituto Superiore di Sanità per avere una indicazione sulla loro applicabilità e per una validazione scientifica sulla eventuale assunzione di rischio in relazione alla
attuale diffusione del contagio”.

In sintesi gli organi di tutela più vicini al cittadino hanno ritenuto di non dover fare alcuna eccezione all’ingresso in struttura dei visitatori ma di limitare l’ingresso esclusivamente al personale sanitario allo scopo di proteggere gli assistiti.

Linteresse della comunità preservando la salute di tutti è superiore all’interesse del singolo di ricevere conforto dalla visita del proprio caro.

Alla luce di quanto accaduto nei giorni successivi (sono stati emanati ulteriori decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri con indicazioni ancora più restrittive sulle misure da adottare per combattere il Coronavirus) questa linea di condotta ai fini della prevenzione si è rivelata essere la più efficace, ed è stata adottata nella maggior parte delle strutture.

Cosa vorrebbe l’assistito per se stesso?

Ma quello che a noi maggiormente interessa come professionisti è: come hanno vissuto le persone assistite questo provvedimento? Qual è stato l’impatto emotivo sugli assistiti di una decisione così determinante?

Immaginiamo di essere stati privati della nostra autonomia e della nostra libertà, immaginiamo di essere chiusi in spazi ristretti costretti a condividere la nostra quotidianità con sconosciuti che magari nemmeno apprezziamo, immaginiamo di trovare la forza per affrontare tutto solo nella sicurezza di avere ancora vicino chi ci vuole bene. E poi immaginiamo di venir privati improvvisamente anche della possibilità di incontrare i nostri affetti.

Ma tutto questo non basta, a questo dolore si aggiunge l’ansia di sapere che fuori dalle mura che spesso vediamo come una prigione è in corso un evento catastrofico di portata mondiale. Sentimenti come l’abbandono, l’incertezza, la paura, il senso di precarietà, l’impotenza, il timore del presente e il dubbio se il futuro sarà più come prima pervadono l’anziano, il tutto amplificato dall’impossibilità di partecipare attivamente a quanto accade fuori, nel mondo, e di non poter prendere decisioni autonome ma di dover subire passivamente quanto imposto all’interno della struttura.

Siamo sicuri che tutti se potessero scegliere deciderebbero di non incontrare i propri figli per tutelare la propria salute?

All’esterno il Governo ha ematato dei decreti, e sta alla coscienza e alla civiltà del cittadino scegliere di rispettarli. Anche chi trasgredisce andando al bar per l’aperitivo ha deciso sotto la propria responsabilità e ne affronterà le conseguenze. Ma l’anziano
istituzionalizzato non può, egli è solo costretto a subire le decisioni altrui e a soffrire in silenzio, che le condivida o meno. È significativo il dato che emerge in questi giorni che i maggiori trasgressori della quarantena sono anziani che vanno a passeggio o escono in bicicletta.

Pur ritenendo giusto il provvedimento di limitare l’accesso alle RSA esclusivamente al personale sanitario, condividendo la
finalità della tutela della sicurezza, da professionista non posso evitare di pormi la domanda: cosa posso fare affinché i miei assistiti affrontino questa situazione, loro imposta, nella maniera migliore possibile?

E qui entra in gioco il principio di autonomia e il principio di beneficità.

L’autonomia è la libertà di scelta della persona, la beneficità è ciò che l’operatore sceglie per l’assistito ritenendo sia la cosa migliore per il suo bene. Indubbiamente alcuni anziani sceglierebbero di sottoporsi spontaneamente al sacrifico di separarsi dai propri cari per tutelare la salute di tutti. Ma non scommetterei che la totalità degli anziani farebbe questa scelta.

E da professionista, sebbene l’etica mi imponga il rispetto delle direttive, che oltretutto condivido, non posso ignorare i sentimenti di chi, per se stesso, magari non lucidamente, farebbe una scelta diversa.

L’impatto emotivo del provvedimento su queste persone è di sicuro più devastante e probabilmente manifesteranno maggiormente segni di sofferenza (nervosismo, instabilità, confusione, inappetenza, wondering…) richiedendo molto supporto e attenzioni durante tutta la quarantena. Il problema della depressione è già normalmente correlato all’istituzionalizzazione, ma va ad aggravarsi quando sopraggiungono eventi avversi imprevisti ed imprevedibili.

L’empatia, la vicinanza, l’ascolto, la rievocazione dei ricordi, l’informazione attraverso le notizie di cronaca per evitare che la persona si senta avulsa dal mondo esterno, l’utilizzo delle tecnologie per vedere o sentire i propri cari anche a distanza, le rassicurazioni, l’impegno in attività creative all’interno della struttura (per chi è credente e si vede in questo momento privato anche del conforto della messa dal vivo, non sottovalutiamo l’importanza della preghiera), il sostegno psicologico più costante rispetto al solito, possono essere azioni volte a supportare l’assistito in questo momento di enorme difficoltà.

Cercare di mantenere inalterate le abitudini della persona per quanto possibile può aiutare a infondere una sensazione di normalità, mentre sostituire le attività che si svolgevano all’esterno (la messa, il mercato settimanale, la gita al parco ecc) con attività ricreative che stimolano l’umore (musicoterapia, canto, giochi…) può aiutare almeno per un po’ di tempo a distogliere la mente da pensieri negativi.

Nel frattempo è importante che noi stessi come professionisti evitiamo di cedere al pessimismo e ci prendiamo cura della nostra salute anche attraverso il senso civico che dimostriamo nella nostra vita privata.

Pur non volendo, in una professione basata sulla relazione, metacomunichiamo i nostri pensieri. Se siamo negativi difficilmente riusciremo ad infondere un messaggio di speranza nei nostri assistiti. Certamente questa emergenza avrà una fine, ci auguriamo che sia prossima il più possibile, ma nel frattempo abbiamo il dovere di non farci travolgere dalla negatività per non perdere di vista l’obiettivo primario della nostra professione: il bene degli assistiti.

Il bilanciamento tra autonomia e beneficità non va perso di vista nemmeno in una situazione come questa, anzi specialmente in queste circostanze dimostrare la nostra professionalità assume un valore inestimabile. E l’equilibrio tra questi due principi sta nel trovare soluzioni intermedie che non comportino un rischio per la persona ma che al contempo rassicurino sulla vicinanza almeno emotiva dei propri cari (ad esempio con la videochiamata). Tutelare gli assistiti è tutelare noi stessi, e tutelando noi stessi tuteliamo gli assistiti.

Un aspetto positivo in questa triste vicenda c’è: mettere in evidenza come in una professione di cura il bene degli assistiti sia legato al bene che vogliamo a noi stessi.

Il senso civico per noi è un dovere etico come cittadini ma anche, anzi soprattutto, come professionisti. Ciò che comunichiamo ai nostri assistiti è lo specchio del vissuto che ci portiamo dentro. Se crediamo che questa emergenza sanitaria avrà esiti
apocalittici non riusciremo ad infondere speranza e fiducia nelle persone. Se mettiamo a rischio la nostra salute perché “dopo una giornata stressante merito una passeggiata con gli amici” mettiamo a rischio non solo noi stessi e i nostri familiari ma anche coloro che si affidano alle nostre cure.

Non possiamo prenderci cura degli altri se non ci prendiamo cura di noi stessi. E la nostra professionalità si
esprime anche in questo.