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domenica, Agosto 14, 2022
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Il Covid può “bruciare” alcune aree del cervello.

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Covid, lascia danni soprattutto al cervello: può ‘bruciare’ alcune aree. Impatto della pandemia anche sul volume cerebrale di giovani e anziani.

Nei pazienti con COVID-19 ricoverati prevalgono i sintomi respiratori e metabolici, ma una volta guariti rimangono i problemi psichiatrici e neurologici.

Lo sottolineano i dati dello studio COVID Next presentati durante il primo Webinar del ciclo di sei incontri del web forum internazionale “Pills of Psychiatry and Neurology 2021 – Psychiatric and Neurological issues in the COVID-19 era: lessons for the present and the future”, organizzato dall’Università degli Studi di Brescia e dalla Fondazione Internazionale Menarini

I disturbi neurologici potrebbero essere il principale ‘strascico’ del COVID-19: i risultati dello studio COVID Next confermano che dopo il ricovero sono i sintomi neurologici e psichiatrici a prevalere, mentre tutti gli altri, da quelli respiratori a quelli metabolici, tendono a risolversi o stabilizzarsi.

La sindrome da long COVID è perciò soprattutto un neuro-COVID e in parte potrebbe essere dovuta ad un coinvolgimento del cervello: nei pazienti più gravemente colpiti, evidenze ottenute tramite immagini di risonanza magnetica mostrano una riduzione della materia grigia.

Ma si stanno osservando alterazioni strutturali anche sul cervello di giovani e anziani: lo stress e la mancanza o la drastica riduzione di interazioni sociali ha comportato una perdita di tessuto cerebrale in aree come la corteccia prefrontale, maggiormente coinvolte nei processi di controllo degli impulsi e delle emozioni, con conseguenze più evidenti in bambini, adolescenti e anziani nei quali queste aree sono più vulnerabili.

Il ‘vero’ bersaglio di SARS-CoV-2 potrebbe essere il cervello.

Se nella prima fase della malattia e durante un eventuale ricovero i sintomi di COVID-19 sono soprattutto respiratori e metabolici, una volta risolta la fase acuta gli ‘strascichi’ sono soprattutto neurologici, come dimostrano i dati dello studio COVID Next dell’Università di Brescia e dell’Istituto Neurologico Besta di Milano, da poco pubblicati su Neurological Sciences e discussi durante il primo Webinar del ciclo di sei incontri del web forum internazionale “Pills of Psychiatry and Neurology 2021” organizzato dall’Università degli Studi di Brescia e dalla Fondazione Internazionale Menarini.

Questi dati vanno ad aggiungersi alle numerose ricerche che hanno osservato come la sindrome neurologica post-COVID possa riguardare fino al 70% dei pazienti che hanno avuto sintomi medio-gravi, lasciando disturbi di memoria, concentrazione, del sonno e dell’umore.

Le difficoltà neurologiche e psichiatriche dopo il COVID-19 potrebbero dipendere in parte anche da alterazioni della morfologia cerebrale, come effetto diretto del virus sui pazienti contagiati che, spesso, sono andati incontro a una riduzione volumetrica in aree chiave del cervello.

Tuttavia anche la mancanza di interazioni sociali ha comportato una riduzione della materia grigia in particolare su giovani e anziani, con un aumento per gli uni della possibilità di sviluppare dipendenze e per gli altri di accelerare il deterioramento cognitivo.

I DATI DELLO STUDIO COVID NEXT

“I dati dello studio COVID Next, ottenuti su 165 pazienti ricoverati nel nostro ospedale per un COVID-19 di gravità medio-alta, mostrano che mentre i sintomi respiratori e metabolici hanno un picco durante la degenza e tendono a ridursi fino a stabilizzarsi una volta usciti dall’ospedale, i disturbi neurologici e psichiatrici hanno un andamento opposto e iniziano ad aumentare una volta risolta la fase acuta dell’infezione – spiega Alessandro Padovani, Ordinario di Neurologia dell’Università di Brescia, presidente eletto Società Italiana di Neurologia e responsabile dello studio COVID Next e co-coordinatore scientifico del web forum –.

Esiste una correlazione almeno parziale con la gravità del COVID-19: fino al 70% dei pazienti con malattia di livello medio grave riferisce sintomi neurologici a 6 mesi di distanza, fra cui stanchezza cronica (34%), disturbi di memoria e concentrazione (32%), disturbi del sonno (31%), dolori muscolari (30%) e depressione e ansia (27%). Tuttavia questi problemi si stanno manifestando spesso anche in chi ha avuto una malattia di grado lieve”.

MECCANISMI DI CORRELAZIONE TRA SINTOMI NEUROLOGICI, PSICHIATRICI E COVID-19

“Non è ancora chiaro perché SARS-CoV-2 possa avere il cervello fra i suoi ‘bersagli’, soprattutto nel lungo periodo, con frequenti complicazioni, anche gravi, di tipo neurologico e psichiatrico – afferma Emilio Sacchetti, promotore e coordinatore scientifico del web forum e Professore Emerito di Psichiatria dell’Università di Brescia -.

Sembrano avere un ruolo i meccanismi neuroinfiammatori indotti dall’infezione e le condizioni pregresse dell’individuo pesantemente aggravate da una condizione intensa e prolungata di stress.

Inoltre il Covid-19 può indurre difetti di ossigenazione cerebrale tali da interferire con le abituali capacità cognitive, emotive e comportamentali – spiega Sacchetti – Anche l’esposizione ad alcune terapie, come ad esempio tra gli altri, i cortisonici, può indurre veri e propri disturbi neuropsichiatrici”.

IL RUOLO DELLE ALTERAZIONI DEL CERVELLO SUI DISTURBI PSICHICI E NEUROLOGICI

Anche alterazioni morfologiche del cervello possono avere un ruolo nell’impennata di disturbi neurologici e psichiatrici del post-COVID. “Alterazioni cerebrali si stanno osservando nei pazienti che a seguito del Covid hanno sviluppato ansia e depressione” – dichiara Giovanni Biggio, tra i relatori del web forum e Professore Emerito di Neuropsicofarmacologia dell’Università di Cagliari –.

“Gli studi con scansioni cerebrali* stanno riferendo nei pazienti contagiati una riduzione della materia grigia in aree come l’ippocampo, che è connesso alla memoria, o le aree associate alle emozioni.

Un numero sempre maggiore di dati mostra che anche la pandemia sta avendo un effetto negativo sulla morfologia cerebrale – precisa Biggio -.

Il nostro cervello si sviluppa grazie alle interazioni sociali e lo stress, conseguenza dell’astinenza da contatti imposta durante i vari lockdown, è stato molto deleterio per il tessuto cerebrale, soprattutto per quello più vulnerabile dei bambini, degli adolescenti e degli anziani.

In particolare, questa condizione può avere indotto alterazioni nella funzione e morfologia della corteccia prefrontale.

Un’area connessa alle funzioni esecutive, alla pianificazione e al controllo di emozioni e impulsi, che risente moltissimo della mancanza di interazioni sociali – osserva l’esperto -.

In un adolescente ciò si può tradurre in un aumento della suscettibilità a sviluppare dipendenze, in un anziano in un’accelerazione del deterioramento cognitivo”.

“È perciò opportuno monitorare la salute neurologica e psichiatrica di tutte le persone che hanno avuto l’infezione, indipendentemente dalla gravità dei sintomi.

Andrebbero monitorati anche i bambini e gli adolescenti che hanno subito un intenso stress, così da poter intervenire tempestivamente con terapie di supporto in caso di sintomi che compromettono la qualità di vita o se compaiono patologie come la depressione” concludono gli esperti.

*(Alterations of frontal-temporal gray matter volume associate with clincal measures of older adults with Covid-19, pubblicato sulla rivista specializzata Neurobiology of Stress; “Brain imaging before and after Covid-19 in UK Biobank”, in corso di pubblicazione).

Redazione AssoCareNews.it
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