Medicina narrativa: quale ruolo nell’assistenza?

La medicina narrativa: parte integrante del prendere cura!
La medicina narrativa: parte integrante del prendere cura!

Ecco di cosa si tratta.

Attribuire valore e potenzialità alla parola nella relazione di cura è sicuramente uno dei meriti della Medicina Narrativa. Molti di voi si chiederanno cosa voglia dire Medicina Narrativa, altri ne avranno sicuramente sentito parlare, i più fortunati la conoscono e la possono utilizzare nel proprio ambiente di lavoro.

Date al dolore la parola; il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi”.

W. Shakespeare

In quest’articolo non vorrei dilungarmi in definizioni e descrizioni metodologiche e chi volesse approfondirne la conoscenza, può trovare a riguardo molti testi e fonti autorevoli; vorrei invece approfondire il concetto di narrazione e le potenzialità terapeutiche di questo strumento non solo per la persona malata ma anche per chi cura.

Secondo la prospettiva costruttivista le persone, i gruppi, le culture creano la loro rappresentazione della realtà, attraverso la costruzione condivisa di storie: le storie riflettono la percezione e la concezione che la persona ha degli eventi, e per questo costituiscono una finestra sul modo in cui essa comprende e attribuisce significato a ciò che le sta accadendo (Molzahn et all., 2008).

Possiamo quindi pensare che anche la comunicazione tra sanitario e paziente passi attraverso la stesura narrativa comune di una storia (Gangemi et all. 2011), che si definisce comune perché non può prescindere dalla relazione e dalla costruzione condivisa di significati attribuibili al contributo che entrambi gli attori portano alla narrazione stessa (Charon, 2001).

La relazione di cura inizia spesso con un racconto, la descrizione di un sintomo, di un problema, di una situazione che ne ha determinato l’insorgenza: dare spazio e ascolto alla narrazione vuol dire accettare e riconoscere la soggettività dell’altro, condividere in quello spazio una storia che si co-costruisce e ridefinisce ricomponendo in una visione d’insieme molti particolari che sembravano in apparenza separati e sconnessi (Gangemi et all. 2011).

Attraverso questa ricostruzione il paziente ha la possibilità di prendere consapevolezza di ciò che gli sta accadendo. Per il professionista, ascoltare la storia della persona di cui si prende cura, permette di comprendere il significato che essa attribuisce alla propria esperienza di malattia, ma anche, attraverso la relazione e la comunicazione, di influire su quel significato e di costruire insieme all’altro il progetto terapeutico più appropriato per lui.

L’approccio narrativo persegue quest’obiettivo di conoscenza e avvicinamento, al fine di migliorare la relazione terapeutica, l’elaborazione dell’esperienza di malattia e la partecipazione da parte del malato al proprio processo di cura.

Il termine narrazione ci rimanda alla modalità più conosciuta e convenzionale di racconto, ossia quello che avviene attraverso il linguaggio verbale, la parola. Vorrei parlarvi in particolare della scrittura, un’importante modalità di comunicazione che sembra rispondere a un bisogno, intrinseco alla persona, di esprimersi e di “portare fuori” ciò che sente dentro di sé. Tramite la scrittura la parola può prendere forma e corpo, diventare visibile, oggettiva, reale, osservabile dall’esterno e da un altro da noi.

Se oggi la psicologia sperimentale può dirci qualcosa sui benefici della scrittura e sul suo effetto di attivazione di processi emozionali, cognitivi, comportamentali e sociali, è soprattutto grazie agli studi condotti da Pennebaker e dai suoi colleghi (Lo Iacono, 2005).

Secondo lo studioso, scrivere e parlare di un’esperienza vissuta ne favorisce la comprensione e il superamento (Pennebaker, 1997); egli sostiene che i benefici della scrittura espressiva non siano da attribuire esclusivamente all’esternazione di pensieri e stati d’animo, ma più in particolare alla loro organizzazione in forma di storie (Pennebaker et all., 1999). La costruzione di storie permette di dare agli eventi una struttura coerente, integrando elementi cognitivi ed emotivi, di attribuire loro significato e prevedibilità, dando alla persona la sensazione di avere il controllo sulla realtà.

La capacità riparativa della scrittura nei confronti di particolari contenuti traumatici, sembra essere determinata dalla messa in atto di alcuni particolari meccanismi. Stefano Ferrari spiega come avvenga uno sdoppiamento tra un Io passivo, che soffre e sente, e un Io attivo che controlla, scrive, elabora. Tale sdoppiamento sembra essere indispensabile per raggiungere quella distanza psichica nei confronti della realtà, necessaria per comprenderla ed elaborarla (Ferrari 2013, p. 260).

Possiamo comprendere come la narrazione e la scrittura siano strumenti utili non solo per chi vive l’esperienza di malattia ma anche per chi cura. Il quotidiano contatto con la sofferenza, il dolore, la perdita, può suscitare nei professionisti sanitari quesiti esistenziali importanti, può contribuire a minare o consolidare valori umani, sociali, morali e spirituali, può provocare sensi di colpa e d’impotenza, sensazioni di disagio e di ansia, generando meccanismi di difesa che la persona attua, inconsciamente o consapevolmente, efficacemente o inutilmente, nel tentativo di preservare il proprio minacciato equilibrio psicofisico.

Spesso questi vissuti ed esperienze professionali non trovano tempo e spazio di condivisione e confronto, e vanno ad alimentare il luogo dell’indicibile, dove dimorano tutte le parole non dette e non ascoltate, dove trovano silenzio e attesa anche ciò che i malati non riescono a esprimere, che Makaroff et al. (2013) hanno identificato nelle loro narrazioni e definito con il termine “unsayable”.

Molti temi indicibili, tipici di una cultura di negazione dell’inefficienza, della disabilità e della morte, possono trovare nella scrittura individuale e/o condivisa una possibilità di espressione ed elaborazione.

Scrive Vanna Iori (2009): “…soltanto quando le emozioni e i sentimenti, anche quelli difficili da accettare vengono ascoltati, riconosciuti, nominati, è possibile trasformarli in risorse”.

Bibliografia

  • Charon, R. (2001). Narrative Medicine. A Model of Emphaty, reflection, Profession and Trust. Jama. Vol. 286 n.15
  • Ferrari, S. (2013). Scrittura e terapia. In Acocella, A. M. e Rossi, O. (a cura di), Le nuove arti terapie. Percorsi nella relazione d’aiuto. Franco Angeli, Milano.
  • Gangemi, M.; Zanetto, F. (2011). Approccio narrativo e relazione di cura in pediatria, Medicina Narrativa, N.1.
  • Iori, V. (2009). Il sapere dei sentimenti. Milano, Franco Angeli Editore.
  • Lo Iacono, G. (2005). Lo studio sperimentale della scrittura autobiografica: la prospettiva di James Pennebaker. Nuove Tendenze della Psicologia. N. 2.
  • Makaroff, K.L.; Sheilds, L.; Molzahn, A. (2013). Stories of chronic kidney disease: listening for the unsayable. J Adv Nurs. Dec; 69(12): 2644-53. doi: 10.1111/jan.12149. Epub 2013 Apr 17. PubMed PMID: 23594086.
  • Molzahn, A. E.; Bruce, A.; Sheilds, L. (2008). Learning from stories of people with chronic kidney disease. Nephrology Nursing Journal. Jan-Feb; 35(1): 13-20.
  • Pennebaker, J.W. (1997). Opening up. The healing power of expressing emotions, Guilford Press, New York. Trad. it: Scrivi cosa ti dice il cuore, Edizioni Erickson, Trento, 2004.
  • Pennebaker, J.W.; Seagal, J.D. (1999). Forming a story: the health benefits of narrative. Journal of Clinical Psychology, vol. 55, 1243-1245.

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