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Coronavirus: “The day after tomorrow” ci presenta un personale sanitario massacrato psicologicamente e a forte rischio di disturbi a breve, medio e lungo termine. Come prendersi cura di chi ha curato l’Italia?

Medici, infermieri, OSS e Professionisti Sanitari si trovano in prima linea ad affrontare un nemico invisibile, spesso senza i presidi necessari per proteggersi, esponendosi a grandi rischi per la loro stessa salute fisica ma anche mentale.

In questo momento se mancano i DPI come mascherine e guanti, nei reparti e nelle aree critiche mancano anche dei “DPI psicologici”.

Il personale sanitario è esposto a continui stressors di diversa natura: dalla fatica fisica a quella emotiva, dalla necessità di proteggersi e di proteggere i loro cari che li porta ad auto-isolarsi e a non poter avere contatto fisico con i figli o con i partner, al sentirsi, or chiamare “eroi” quando fino a poco tempo fa erano vittime di insulti e aggressioni.

Tutto questo non è di facile gestione né di facile integrazione a livello emotivo.

E se, durante l’emergenza, abbiamo l’adrenalina che ci fa andare avanti, che ci fa essere reattivi e resilienti, sarà nel post-emergenza che dovremo porre attenzione ad eventuali e probabili disturbi da stress.

Ragionevolmente possiamo aspettarci un numero elevato di operatori che andrà incontro a burnout, compassion fatigue e disturbo post traumatico da stress nel prossimo futuro.

Ma come fare a riconoscere questi disturbi? Come fare a prevenirli?

  • Il burnout è forse la sindrome più conosciuta: è una condizione di stress, quindi inserito in un contesto lavorativo e/o derivante da esso, che determina un logorio psicofisico ed emotivo, con vissuti di demotivazione, di delusione e disinteresse con concrete conseguenze nella realtà lavorativa, personale e sociale dell’individuo.
  • La compassion fatigue è molto simile al burnout e al disturbo post traumatico da stress e si manifesta con una ridotta performance lavorativa, stanchezza (emotiva e fisica), stress e morale diminuito. Si origina soprattutto dal continuo contatto con i pazienti e dalla frustrazione che può derivare dal non riuscire ad alleviare il loro dolore.
  • Infine, il disturbo post traumatico da stress (PTSD) è un disturbo complesso, caratterizzato da una varietà di sintomi differenti. I sintomi che sono più evidenti sono i flashback, ricordi, pensieri ed emozioni spiacevoli associate al trauma subito, alterazioni dell’arousal nel senso di un’iperattivazione e l’evitamento di situazioni o persone riconducibili al trauma.

Ognuno di noi però, ha una reazione differente ai traumi: non esiste un rapporto lineare fra “dose subita” e “risposta”, alcune persone hanno una reazione forte a traumi remoti, mentre altri affrontano esperienze terribili senza subirne conseguenze.

In ogni caso, nella fase emergenziale, sono fondamentali tutte quelle azioni rivolte alla prevenzione di queste possibili conseguenze: i debriefing, i defusing e la peer support sono strumenti indispensabili in questo momento per allentare il carico emotivo degli operatori sanitari.

Il disinnesco emotivo, il leggere nel collega la stessa fatica e la stessa sofferenza, ci fa sentire meno soli davanti ad un’esperienza devastante a cui nessuno avrebbe mai pensato di assistere.

Il condividere pensieri, emozioni e fatiche risulta essere protettivo rispetto all’insorgenza nel post-emergenza di questo tipo di disturbi.

Nel caso, invece, dovessimo renderci conto che stiamo sviluppando qualcuno di questi sintomi, è importante rivolgersi ad un professionista e chiedere aiuto. Tutti questi disturbi impattano, non solo sul singolo operatore, ma sui suoi pazienti, sui colleghi, sul sistema e non per ultimo sulle famiglie.

Il primo coraggioso passo verso il benessere è chiedere aiuto.