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martedì, Gennaio 18, 2022
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Cardiologia interventistica, per la prima volta in Italia la tecnologia robotica è applicata agli interventi di stenosi carotidea.

Per la prima volta fuori dagli USA, in un ospedale italiano, la tecnologia robotica è applicata agli interventi di stenosi carotidea.

L’équipe di Cardiologia Interventistica di “Maria Cecilia Hospital” ha impiegato il sistema robotico di ultima generazione Corindus CorPath GRX di Siemens Healthineers per trattare un paziente 76enne con stenosi dell’arteria carotide

Si stima che entro 10 anni in ogni sala operatoria sarà presente un robot per coadiuvare il lavoro degli specialisti (dati ACOI).

Un futuro che è già presente a “Maria Cecilia Hospital”, Ospedale di Alta Specialità di GVM Care & Research accreditato con il SSN, dove si è svolto per la prima volta fuori dagli USA un intervento per l’inserimento di uno stent carotideo con l’utilizzo di un robot.

Il sistema di guida robotico Corindus CorPath GRX, lanciato in Italia da Siemens Healthineers lo scorso ottobre, massimizza la precisione dell’operatore nell’ambito dell’interventistica vascolare e in particolare nell’inserimento e posizionamento dei cateteri per l’applicazione di stent.

“Presso Maria Cecilia Hospital utilizziamo questa tecnologia principalmente per interventi complessi sulle coronarie – spiega il dott. Paolo Sbarzaglia, Cardiologo Interventista del Laboratorio di Cardio-Angiologia Diagnostica ed Interventistica diretto dal dott. Fausto Castriota –.

Considerato che i device, stent e cateteri utilizzati per l’interventistica coronarica sono analoghi a quelli impiegati per le procedure carotidee, abbiamo valutato la possibilità di poter intervenire con il sistema robotico per ottenere una maggior precisione nel trattare una stenosi dell’arteria carotide.

Si tratta del primo intervento fuori dagli USA eseguito con CorPath GRX sull’arteria carotide”.

Il paziente, un 76enne romagnolo, era stato operato in passato per un’angioplastica carotidea a causa dell’aterosclerosi, patologia caratterizzata dall’accumulo di placche sulle pareti interne dei vasi che impediscono il corretto afflusso di sangue.

Il 76enne si sottoponeva a controlli periodici quando, all’ultimo incontro con lo specialista, un’Angio TC dei tronchi sovraortici ha presentato un’immagine compatibile con una ripresa della patologia a livello della carotide, in prossimità dello stent posizionato durante la procedura precedente (avvenuta oltre 6 anni fa).

“L’aterosclerosi a livello delle carotidi tende a manifestarsi nuovamente a distanza di anni, nonostante interventi perfettamente riusciti – commenta il dott. Sbarzaglia –. Da qui l’importanza di follow-up periodici per questi soggetti.

La TC eseguita a “Maria Cecilia Hospital” mostrava infatti la presenza di una stenosi molto importante della carotide destra all’interno del vecchio stent precedentemente impiantato.

Solo in fase di procedura, l’angiografia ci ha confermato che l’anatomia della stenosi era idonea per essere trattata con l’ausilio del sistema robotico per un’angioplastica percutanea mininvasiva”.

L’intervento ha permesso di ripristinare il lume normale della carotide e di rivascolarizzare l’encefalo in maniera ottimale.

Il paziente è stato dimesso dopo appena 2 giorni di degenza ospedaliera, rientrando al domicilio con l’indicazione ad una terapia antiaggregante.

Nel futuro, l’utilizzo di questa tecnologia d’avanguardia potrebbe permettere di eseguire anche procedure a distanza: “Grazie all’impiego di nuove connessioni sempre più performanti, si potranno utilizzare i sistemi robotici in remoto, a molti chilometri di distanza, permettendoci di intervenire prontamente anche da luoghi lontani dalle strutture ospedaliere”, aggiunge il dott. Sbarzaglia affermando infine che “Corindus è un sistema interessante perché offre una precisione submillimetrica per il posizionamento degli stent rispetto alla mano dell’operatore umano”.

La nuova tecnologia Corindus CorPath GRX di Siemens Healthineers, il primo sistema robotico per le procedure endovascolari.

Presentato ad ottobre 2021 in occasione del congresso della Società Italiana di Cardiologia Interventistica, il sistema robotico Corindus CorPath GRX permette di eseguire movimenti automatizzati e misurazioni anatomiche più accurate: un importante vantaggio per il paziente che giova così di un ancora più elevato livello di sicurezza e affidabilità delle procedure interventistiche.

Infatti, grazie a CorPath GRX, il cardiologo interventista alle prese con cateteri o stent ha al suo fianco un “collega” robotico che lo supporta replicando le tecniche manuali.

In questo modo anche gli interventi più complessi vengono condotti con il massimo livello di sicurezza e precisione.

Corindus CorPath GRX permette inoltre di ottimizzare le procedure e di ridurre del 53% il tempo di inserimento di guide e cateteri.

I vantaggi di essere operati col supporto di un sistema robotico sono anche sul fronte del decorso post-operatorio.

Il supporto della robotica consente una scelta ancora più appropriata della lunghezza dello stent, dimezzando così la necessità di un reintervento di rivascolarizzazione entro un anno e riducendo di un terzo le probabilità di infarto entro tre anni.

Grazie alla robotica in futuro potrà essere possibile intervenire a distanza, favorendo la realizzazione di reti interventistiche territoriali più efficaci, nelle quali né il paziente né il professionista devono più spostarsi.

Il supporto della tecnologia, insomma, è sempre più percepito come una risorsa imprescindibile nelle strutture di cura.

Si stima, infatti, che ben il 74% dei pazienti in futuro prenderebbe in considerazione il fatto di essere operato da un robot.

Sono molti i vantaggi anche per gli operatori, medici e infermieri in sala operatoria, tra cui la riduzione dell’esposizione alle radiazioni ionizzanti, tra le cause dello sviluppo di forme tumorali.

Tramite CorPath GRX l’esposizione è ridotta del 95%, grazie alla postazione di controllo separata.

Si punta così anche ad una riduzione delle lesioni ortopediche, legate all’utilizzo del camice piombato (per schermarsi dalle radiazioni).

Queste pesanti protezioni richiedono uno sforzo fisico e i dati evidenziano che un operatore interventista su due ha sofferto almeno una volta di lesioni ortopediche e uno su dieci ha avuto un periodo di assenza per motivi di salute.

Redazione AssoCareNews.it
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