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Alzheimer: tra assistenza e metodo montessori

Alzheimer: tra assistenza e metodo montessori

Assistenza alla demenza e intuizioni montessoriane

Alzheimer, una malattia diffusa e devastante che genera difficoltà nel prendersene cura. Intervista ad Anita Avoncelli, autrice di uno splendido libro che spiega come l’approccio montessoriano all’Alzheimer possa aiutare tutti, sia la persona malata sia chi se ne prenda cura.

Alzheimer: come l’approccio Montessori può essere utile nella relazione con la persona malata?

Negli ultimi anni il grave aumento delle persone affette da demenza, ha addirittura portato alcune case farmaceutiche a bloccare le ricerche farmacologiche per gli scarsi risultati ottenuti. L’Alzheimer è solo un tipo di demenza su 260 (dati riportati agli ultimi convegni), questo fa comprendere come sia difficile pensare che un solo intervento possa essere risolutivo o di aiuto quando la varietà della tipologia della malattia implica così tante sfaccettature di evoluzioni. Se ci pensiamo è quasi impossibile da immaginare.

In questo panorama, in cui le scienze umane hanno da sempre riposto un’attenzione privilegiata alla specificità dell’essere umano in quanto unico, credo che le terapie non farmacologiche rappresentino una strada non solo possibile ma addirittura l’unica percorribile in questo momento.

Molti studi hanno evidenziato come la stessa centralità della persona permetta una maggiore attivazione proprio sulle sue preferenze o i suoi bisogni permetta di attivare maggiori risultati in termini di effetti positivi, nella cura personale ed addirittura nella alimentazione.

Se noi pensiamo a quando siamo maggiormente impegnati è perché stiamo lavorando nel raggiungere uno specifico obiettivo ma che risponde ad un nostro bisogno. La motivazione è la nostra energia.

L’approccio montessoriano per i bambini ma in questo caso per la demenza funziona un po’ allo stesso modo, ovvero permette al soggetto di rispondere ai suoi bisogni così che va immediatamente ad abbassare i livelli di stress che possono generare, quelli che comunemente e spesso erroneamente vengono chiamati disturbi del comportamento.

Il suo libro “Intuizioni montessoriane per la demenza. Una nuova visione di cura” parla in modo particolare anche di questo. Come nasce questa opera?

Quest’opera nasce dalla mancanza di un testo italiano scritto da un autore italiano su questo approccio. Il metodo Montessori è stabilito da una sola base fondamentale: la libertà!

Ed è questo uno dei principi che rispecchiano a pieno il senso di questo libro, nato da intuizioni o come direbbe Montessori da “percezioni” attraverso osservazioni specifiche.

Il libro è il frutto di quasi 20 anni di osservazioni e applicazioni di un approccio che semplifica al massimo la quotidianità. Già negli anni 90, Cameron Camp ne aveva intuito la potenzialità del metodo, ed aveva abbracciato questo approccio per lavorare con la demenza, ma alcuni elementi legati ad una mia visione sistemica e molto più legata alla quotidianità delle attività vanno in una direzione un po’ diversa e che possono completare tale percorso soprattutto per l’aspetto organizzativo e non solo delle attività da svolgere.

Ne esce un testo, quasi antropologico, che fornisce non solo una visione teoria del modello che adotto ma soprattutto pratico.

Alcuni, purtroppo, reputano quasi inutile la ricerca del rapporto con una persona con demenza e tendono a “gestirla”. Cosa ne pensa a riguardo?

E’ molto interessante questa domanda e la ringrazio perché la realtà è proprio questa e purtroppo questo evidenzia quanto lavoro ci sia ancora da fare nel fornire strumenti e modelli di intervento che aiutino a costruire buone prassi di intervento.

Purtroppo questo nasce nella misura in cui le persone non conoscono la demenza e ne sono totalmente sopraffatti. Io tendo a pianificare in modo rigido, a limitare, a costruire dei paletti anche a livello emotivo per paura di farmi trascinare in qualcosa che poi non so gestire?

Quindi gestisco meccanicamente un corpo, gestisco meccanicamente un’alzata, gestisco meccanicamente un’idratazione, ma non nutro, non accudisco, non mi relaziono perché è estremamente faticoso. Ma le persone sono molto di più della malattia e vanno riconosciuti.

La malattia non può annullare ciò che siamo ed i bisogni umani sono sempre gli stessi, dai neonati, dagli adolescenti, dagli adulti fino alla vecchiaia.

Cosa manca a tuo avviso in Italia per realizzare un’assistenza alle persone con Alzheimer omogeneamente efficace?

Il riconoscimento del grande valore aggiunto del lavoro socio assistenziale, e non parlo solo nell’ambito della demenza ma in tutti quei settori in cui si ha a che fare con gli altri.

Pensiamo agli insegnanti, agli educatori di comunità, a chi lavora con la disabilità. Gestire una struttura per anziani, come una scuola materna, non rappresenta solo il raggiungimento di un bilancio positivo o ottenere l’ennesima certificazione di qualità, ma avere realmente a cuore la persona nel suo complesso ed attuare programmi di intervento che rispecchiano e rispondono  a pieno ai reali bisogni delle persone che vi abitano.

Per fortuna negli ultimi anni si sta sviluppando un sentimento sempre più umanizzante intorno alle persone con demenza di Alzheimer, in cui la persona, ha un ruolo centrale.

La sensibilità in questi anni è notevolmente migliorata anche grazie al pensiero di oggi rispetto al tema della demenza che è cresciuto in esperienza rispetto al passato.

Dal punto di vista dell’assistenza siamo passati da un modello prettamente medico, degli anni ‘50, dove esisteva la malattia che prevedeva una cura o la prevenzione, poi siamo passati negli anni ‘70 ad un’idea diversa: la visione era più quella della disabilità, del deficit, per cui la riabilitazione e la compensazione diventavano le strategie più in voga. Oggi il pensiero è più complesso come lo è la stessa malattia che non permette un approccio unidirezionale ma sempre sistemico.

Ringraziamo la dottoressa Avoncelli per la consessione.

Per chi volesse acquistare il libro, disponibile su ibs.it: clicca qui!

Dott. Marco Tapinassi

Vice-Direttore. Infermiere in Psichiatria, webwriter, attentatore di biscotti ma anche coautore di libri sui concorsi pubblici. Immagina l'informazione come un fattore di crescita. Non perde nemmeno un tè con il suo Bianconiglio.

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