Un’espressione usata spesso con disprezzo racconta solo una piccola parte del lavoro degli operatori socio-sanitari. Assistere una persona fragile significa lavarla, vestirla, nutrirla, accompagnarla e proteggerne la dignità. Un lavoro indispensabile che merita rispetto.
“Fai le pulizie dei culi”.
È una frase che molti operatori socio-sanitari hanno sentito pronunciare almeno una volta. Una definizione sbrigativa, spesso utilizzata con tono dispregiativo, per descrivere un lavoro che invece ha a che fare con una delle dimensioni più delicate dell’assistenza: prendersi cura di una persona quando non è più in grado di farlo autonomamente.
Ed è proprio da quella frase che nasce una riflessione semplice ma importante: perché un’attività indispensabile per la dignità di una persona dovrebbe essere considerata umiliante per chi la svolge?
Non sono “solo pulizie”.
Un OSS non si limita alle attività di igiene personale.
Il suo lavoro quotidiano comprende l’assistenza alla persona nelle attività della vita quotidiana, l’igiene, l’alimentazione, la vestizione, la mobilizzazione e il supporto alle persone non autosufficienti.
Ma dietro ogni attività c’è molto di più.
C’è una persona anziana che non riesce più ad alzarsi autonomamente dal letto. C’è un paziente che ha perso parte della propria autonomia. C’è una persona con disabilità che ha bisogno di essere accompagnata. C’è chi, per una malattia o dopo un intervento, deve temporaneamente affidarsi agli altri anche per le attività più intime.
In quei momenti l’OSS entra nella parte più privata della vita delle persone.
E lo fa cercando di preservarne, prima di tutto, la dignità.
Il corpo non dovrebbe essere motivo di vergogna.
Lavare una persona, assisterla durante la doccia, occuparsi dell’igiene intima o aiutarla a utilizzare i servizi igienici sono attività che possono mettere in imbarazzo chi riceve assistenza.
Per l’operatore, invece, devono diventare gesti professionali.
Servono discrezione, rispetto, sensibilità e capacità di comprendere la vulnerabilità dell’altra persona.
Perché dietro ogni corpo da assistere c’è una storia.
Una madre, un padre, un nonno, una persona che ha lavorato, cresciuto figli, costruito una famiglia, vissuto una vita intera e che, magari, improvvisamente si trova nella condizione di aver bisogno di qualcuno anche per lavarsi.
In quel momento l’OSS non sta semplicemente “pulendo”.
Sta aiutando una persona a conservare la propria dignità.
Il lavoro invisibile della cura.
Quello degli OSS è spesso un lavoro poco raccontato.
Si parla molto di medici e infermieri, delle loro responsabilità e delle emergenze sanitarie. Molto meno frequentemente si racconta ciò che accade nelle attività quotidiane di assistenza.
Eppure sono proprio gli operatori socio-sanitari a trascorrere una parte importante della giornata accanto alle persone fragili.
Sono presenti quando il paziente ha bisogno di essere lavato, cambiato, accompagnato, aiutato a mangiare o semplicemente ascoltato.
Sono presenti nei momenti in cui una persona ha paura, è disorientata o si sente sola.
È un lavoro fisicamente impegnativo, ma anche emotivamente delicato.
E spesso viene svolto lontano dai riflettori.
“Lo faccio con professionalità e orgoglio”.
Rivendicare l’orgoglio per questo lavoro non significa negare la fatica.
Significa riconoscere che la cura delle persone è un lavoro socialmente importante.
Anzi, proprio le attività considerate più umili possono diventare fondamentali quando una persona perde la propria autonomia.
Chi oggi è indipendente e può lavarsi, vestirsi, mangiare e muoversi senza aiuto potrebbe domani trovarsi dall’altra parte.
Potrebbe aver bisogno di qualcuno che gli lavi i capelli, lo aiuti a vestirsi o lo accompagni in bagno.
E in quel momento probabilmente non si chiederà quale sia il prestigio sociale della professione di chi lo sta assistendo.
Si accorgerà soltanto che quelle mani sono lì per aiutarlo.
Non esistono professioni di cura di serie B.
Il dibattito sul ruolo degli OSS si inserisce in una questione più ampia: il riconoscimento sociale ed economico delle professioni di assistenza.
In una società che invecchia e nella quale aumenta il numero delle persone non autosufficienti, il lavoro di cura diventerà sempre più necessario.
Eppure continua a essere spesso percepito come un’attività di basso valore.
È una contraddizione difficile da ignorare.
Abbiamo bisogno di persone disposte a prendersi cura degli altri, ma troppo spesso dimentichiamo di riconoscere il valore di chi svolge questo lavoro.
La dignità passa anche dalle parole.
Le parole contano.
Dire “pulire i culi” con l’intento di umiliare un OSS significa svalutare non soltanto una professione, ma anche l’attività di assistenza che quella professione svolge.
Naturalmente, parlare in modo informale non è di per sé un problema. Il punto è il significato che si attribuisce alle parole.
Perché occuparsi dell’igiene di una persona non è qualcosa di cui vergognarsi.
È parte della cura.
E la cura, soprattutto quando riguarda persone fragili e non autosufficienti, dovrebbe essere considerata una delle attività più importanti di una società civile.
“Forse un giorno ne avrete bisogno”.
C’è una frase che dovrebbe far riflettere tutti.
Oggi possiamo essere autonomi. Possiamo lavarci, vestirci, prepararci da mangiare e andare in bagno senza chiedere aiuto.
Domani non è garantito.
La vecchiaia, una malattia, un incidente o una disabilità possono cambiare improvvisamente la nostra condizione.
E quando arriverà quel momento, potremmo avere bisogno proprio di quelle persone che oggi qualcuno considera con sufficienza.
Un OSS potrebbe essere la persona che ci aiuta ad alzarci dal letto.
Quella che ci accompagna sotto la doccia.
Quella che ci aiuta a vestirci.
Quella che ci imbocca quando non siamo più in grado di farlo da soli.
Quella che, semplicemente, ci tratta come persone quando noi rischiamo di sentirci soltanto pazienti.
Per questo la prossima volta che qualcuno dirà con disprezzo “fa le pulizie dei culi”, forse sarebbe utile ricordargli una cosa:
non sta parlando di un lavoro sporco. Sta parlando di cura.
E dietro ogni gesto di cura c’è una persona.
Una persona che merita rispetto.
E una persona che, prima o poi, potrebbe avere bisogno proprio di noi.
Nicola Gentile, OSS
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