Quando i ruoli professionali diventano un terreno di scontro invece che una risorsa per l’assistenza.
Nel mondo della sanità italiana esiste un tema di cui si parla spesso, soprattutto sui social network, nelle corsie e negli spogliatoi: il rapporto, talvolta complicato, tra Infermieri e Operatori Socio Sanitari. Da una parte ci sono alcuni OSS che sembrano soffrire di quella che, provocatoriamente, potremmo definire la “sindrome del Super Infermiere”. Dall’altra ci sono tanti Infermieri che, per necessità, spirito di servizio o semplicemente perché non possono lasciare solo il paziente, finiscono per svolgere anche attività tipicamente attribuite al personale di supporto.
Due fenomeni apparentemente opposti che, in realtà, nascono spesso dalla stessa radice: un’organizzazione sanitaria in difficoltà, carente di personale e incapace, in alcuni contesti, di valorizzare davvero tutte le professioni coinvolte nell’assistenza.
La “sindrome del Super Infermiere”: quando il desiderio di crescere diventa confusione di ruolo.
Parliamoci chiaramente: non tutti gli OSS soffrono di questa “sindrome”. Anzi, la maggior parte degli Operatori Socio Sanitari conosce perfettamente il proprio ruolo e svolge quotidianamente un lavoro fondamentale, spesso pesante, usurante e poco riconosciuto.
Esistono però alcuni professionisti che sembrano vivere il rapporto con l’Infermiere come una continua competizione. OSS che vorrebbero decidere, valutare, prescrivere, assumersi responsabilità che non appartengono al loro profilo professionale. Non sempre per cattiva fede, naturalmente. Talvolta dietro questo atteggiamento si nasconde un forte desiderio di sentirsi maggiormente protagonisti dell’assistenza.
Ed è qui che nasce il problema.
Aspirare a crescere professionalmente è legittimo. Confondere le competenze, invece, può diventare pericoloso. Essere un buon OSS non significa essere un “Infermiere mancato”. Significa possedere competenze specifiche e indispensabili all’interno dell’équipe assistenziale.
L’OSS non è un professionista di serie B. È una figura con una propria identità. Il problema nasce quando si pensa che il riconoscimento professionale possa arrivare soltanto imitando o sostituendo un’altra figura.
L’altra faccia della medaglia: l’Infermiere che fa anche l’OSS.
Poi c’è la realtà quotidiana. Quella meno raccontata e molto più concreta.
Un Infermiere entra in turno e trova pochi OSS. Magari nessuno durante la notte. Ci sono pazienti non autosufficienti, persone da mobilizzare, bisogni assistenziali urgenti, igiene da garantire, persone fragili che chiedono aiuto.
Che cosa dovrebbe fare?
Dire: “Non è il mio compito, aspettate l’OSS”?
Nella maggior parte dei casi, l’Infermiere non lo fa. Si rimbocca le maniche e interviene. Perché davanti a un paziente non esistono soltanto le declaratorie contrattuali: esiste una persona con un bisogno immediato.
Ed è proprio questo senso di responsabilità che porta molti Infermieri a sacrificarsi quotidianamente, svolgendo anche attività condivise o proprie del personale di supporto quando le condizioni organizzative lo rendono necessario.
Ma attenzione: lo spirito di collaborazione non può trasformarsi nella normalità organizzativa.
La giurisprudenza più recente ha chiarito che l’adibizione dell’Infermiere anche ad attività inferiori non può diventare una pratica sistematica: devono esistere concrete esigenze organizzative e tali attività devono restare marginali o, in determinate circostanze, occasionali rispetto alle funzioni qualificanti del profilo professionale. Il ricorso strutturale e continuativo alle mansioni di livello inferiore rischia infatti di compromettere la professionalità dell’Infermiere e di configurare una situazione di demansionamento.
Il problema non è chi aiuta chi, ma chi dovrebbe essere presente e non c’è.
È forse arrivato il momento di superare una narrazione sterile.
L’OSS che collabora con l’Infermiere non è un Infermiere di serie inferiore.
L’Infermiere che aiuta un OSS nell’assistenza diretta non è automaticamente un professionista demansionato.
La collaborazione tra le figure può e deve esistere. Il paziente ha bisogno di un’équipe, non di professionisti chiusi dentro recinti invalicabili.
Il problema nasce quando la collaborazione viene sostituita dalla sostituzione sistematica.
Se manca l’OSS, non può essere sempre l’Infermiere a coprire stabilmente quel vuoto. E, allo stesso modo, la carenza di Infermieri non può essere risolta trasferendo impropriamente responsabilità e competenze su altre figure.
Ognuno deve poter fare ciò per cui è formato, assunto e responsabilizzato.
La guerra tra Infermieri e OSS fa comodo a qualcuno.
C’è poi un altro aspetto che merita una riflessione seria: la continua contrapposizione tra Infermieri e OSS rischia di trasformarsi in una vera e propria guerra tra poveri della sanità.
Mentre Infermieri e OSS discutono su chi debba cambiare un presidio, mobilizzare un paziente o svolgere una determinata attività, il vero problema resta spesso sullo sfondo: gli organici insufficienti, i carichi di lavoro eccessivi e un sistema che chiede sempre di più a chi è già in servizio.
Le due figure dovrebbero essere alleate naturali.
L’Infermiere ha bisogno dell’OSS per garantire continuità e qualità dell’assistenza. L’OSS ha bisogno dell’Infermiere per lavorare all’interno di un percorso assistenziale sicuro, coordinato e rispettoso delle competenze.
La divisione indebolisce entrambi. La collaborazione professionale, invece, rafforza l’assistenza.
Crescere non significa diventare qualcun altro.
Forse la vera domanda che alcuni OSS dovrebbero porsi non è: “Come posso fare l’Infermiere?”, ma “Come posso essere il miglior OSS possibile?”
E la stessa riflessione dovrebbe riguardare gli Infermieri: aiutare il paziente e collaborare con l’équipe non significa rinunciare alla propria professionalità.
Ogni professione sanitaria e sociosanitaria ha una dignità che non dipende dalla somiglianza con un’altra professione.
L’OSS può essere orgoglioso del proprio lavoro senza dover indossare metaforicamente la divisa dell’Infermiere. L’Infermiere può aiutare concretamente nell’assistenza di base senza perdere la propria identità professionale.
Il paziente al centro, ma anche i professionisti.
Alla fine di tutto, la questione è semplice: il paziente deve essere sempre al centro, ma non può essere utilizzato come giustificazione per una cattiva organizzazione del lavoro.
L’Infermiere continuerà probabilmente a fare ciò che ha sempre fatto: intervenire quando c’è bisogno, anche oltre il confine rigido delle singole attività, perché la cura della persona richiede responsabilità e umanità.
L’OSS continuerà a essere una presenza fondamentale accanto ai pazienti, soprattutto a quelli più fragili e non autosufficienti.
Ma tutto questo deve avvenire nel rispetto reciproco.
Basta con la sindrome del “Super Infermiere”. Basta anche con l’idea che l’Infermiere debba essere il tappabuchi universale della sanità. Non servono professionisti in competizione: servono équipe complete, organici adeguati e ruoli chiari.
Perché in corsia, alla fine, nessuno vince davvero quando una professione cerca di sostituirne un’altra.
Vince soltanto il sistema quando ogni professionista viene messo nelle condizioni di fare bene il proprio lavoro.
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