Negli ultimi 15 anni, le iscrizioni ai test di infermieristica in Italia si sono dimezzate, mentre migliaia di infermieri scelgono di emigrare per stipendi più dignitosi e migliori condizioni di lavoro. Con un rapporto di 6,6 infermieri ogni 1000 abitanti, l’Italia è al di sotto della media europea di 8,4, e la carenza di personale rischia di compromettere seriamente la tenuta del Sistema Sanitario Nazionale.
L’aumento significativo di infermieri stranieri – oltre 30mila negli ultimi cinque anni – è stato un elemento chiave per mantenere operativi molti reparti ospedalieri, soprattutto in un contesto di declino demografico e invecchiamento della popolazione. Tuttavia, il dibattito su queste figure professionali resta controverso: competenti risorsa indispensabile o problema emergenziale? La realtà è più complessa e richiede una riflessione su politiche strutturali e di valorizzazione.
Un’emorragia preoccupante e nuove sfide.
Il calo drastico delle iscrizioni ai corsi universitari di infermieristica e la fuga verso l’estero di molti professionisti hanno reso evidente una crisi che non riguarda solo numeri ma anche condizioni lavorative e riconoscimento professionale. L’attuale fabbisogno di infermieri oscilla tra i 63mila e i 220mila per allineare l’Italia ai livelli di Francia, Germania e Spagna. Parallelamente, il 40% degli infermieri attivi raggiungerà l’età pensionabile entro i prossimi 15 anni.
Foad Aodi, presidente di Amsi (Associazione medici stranieri in Italia), sottolinea come “senza il contributo di questi professionisti il sistema sanitario crollerebbe”. Inoltre, ricorda che molti infermieri stranieri sono arrivati grazie a normative straordinarie come il decreto Cura Italia durante la pandemia, dimostrando quanto il loro ruolo sia ormai centrale.
Non solo numeri, ma anche integrazione e riconoscimento.
Il report della Fondazione Ismu evidenzia che la sanità italiana non può più affidarsi esclusivamente al reclutamento estero come “cerotto” temporaneo, ma serve una governance strutturata che valorizzi e protegga gli infermieri, italiani e stranieri. Sono numerose infatti le criticità: dalla necessità di formazione linguistica e tecnica integrativa per chi proviene da sistemi sanitari differenti, a fenomeni di discriminazione, carichi di lavoro e condizioni di lavoro spesso precarie.
Progetti come “Ohana”, attivato al Policlinico Gemelli, cercano di favorire l’inclusione e il benessere degli infermieri stranieri, creando un ambiente di lavoro più accogliente e solidale.
La voce degli infermieri stranieri.
Rosa Melgarejo, infermiera di origini peruviane e fondatrice dell’associazione “Infermiere del mondo”, racconta come molte lavoratrici straniere si trovino sole e senza punti di riferimento, spesso vittime di discriminazioni che alimentano insicurezza e scoraggiamento. Malgrado l’esperienza acquisita in Italia, molti lamentano disparità nelle opportunità di crescita professionale e carriere bloccate, con conseguenze negative sul loro morale e sulla continuità lavorativa.
Il reclutamento dall’estero non basta.
Nel 2024 il governo ha lanciato un programma per reclutare 10mila infermieri dall’India, suscitando reazioni critiche da parte dei sindacati, che ritengono questa strategia un palliativo insufficiente di fronte alle cause strutturali della crisi: condizioni lavorative precarie, salari non adeguati e scarsa valorizzazione professionale.
Secondo Antonio De Palma, presidente del sindacato Nursing Up, “non si può curare una malattia trattando solo i sintomi”. È fondamentale attrarre e trattenere i professionisti italiani, migliorando il loro riconoscimento, le condizioni e le prospettive di carriera.
Verso una strategia integrata e inclusiva.
Il lavoro degli infermieri stranieri ha garantito la tenuta del sistema anche durante la pandemia e continua a essere indispensabile in molti settori, dal pubblico al privato, fino alle strutture per anziani (RSA). Ma servono percorsi di formazione e integrazione più efficaci, una regia istituzionale chiara, e lotta alle discriminazioni e al lavoro nero.
Solo con un approccio strutturale, che riconosca diritti, formazione e stabilità a tutti, sarà possibile costruire un sistema sanitario sostenibile e capace di rispondere ai bisogni di una popolazione che invecchia rapidamente.
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