Immaginate di affidare la cura di un vostro caro, magari anziano o non autosufficiente, a una persona che non conosce la differenza tra il morbo di Parkinson e l’Alzheimer. O peggio, a un operatore che, pur avendo in mano un attestato professionale, ammette candidamente davanti a una commissione di non sapere nemmeno cosa sia la pressione arteriosa.
Non è l’incipit di un romanzo distopico sulla sanità, ma la realtà emersa da una scioccante inchiesta di Fanpage.it che ha scoperchiato un sistema di esami “farsa” in alcuni enti di formazione privata in Campania. Grazie alle registrazioni raccolte per due anni da un membro di commissione, siamo entrati nelle aule dove il titolo di Operatore Socio-Sanitario (OSS) sembra essere diventato merce di scambio, più che il traguardo di un percorso di studi.
Un esame tra ricette di cucina e suggerimenti.
Il materiale audio è a tratti surreale. Si ascoltano esaminatori che, invece di verificare le competenze assistenziali, passano minuti a parlare di gastronomia con un candidato che di mestiere fa il cuoco: «Come impiatti i primi? Ci metti la rucola sotto?». Alla fine, il “cuoco” diventa un assistente sanitario, nonostante non abbia risposto a una sola domanda tecnica.
Ma il problema non è solo l’ignoranza dei singoli; è il metodo. Durante le prove scritte, i commissari stessi – quelli scelti dagli enti privati che incassano rette tra i 2.000 e i 3.000 euro a studente – venivano registrati mentre leggevano ad alta voce le risposte esatte dei quiz. Una sorta di “promozione garantita” dove l’unica vera competenza richiesta sembra essere quella di aver saldato la fattura del corso.
Il rischio invisibile nelle corsie.
Il vero allarme, però, scatta quando pensiamo a dove andranno a lavorare queste persone. Gli OSS sono figure pilastro della nostra sanità: lavorano nelle RSA, negli ospedali pubblici, assistono i disabili a domicilio. Sono quelli che maneggiano i parametri vitali, che devono accorgersi se un paziente sta peggiorando, che gestiscono l’igiene e la sicurezza di chi è fragile.
Il dossier svela che molti di questi candidati avevano già terminato il tirocinio obbligatorio. Questo significa che persone totalmente impreparate sono già state a contatto con i malati, “imparando” poco o nulla, ma ottenendo comunque il via libera per operare. È un corto circuito pericoloso: da un lato la carenza cronica di personale spinge a sfornare nuovi operatori, dall’altro la mancanza di controlli trasforma questa necessità in un business sulla pelle dei pazienti.
Soldi pubblici e sogni infranti.
C’è poi un aspetto economico che grida vendetta. Molti di questi corsi sono finanziati dal PNRR attraverso il progetto GOL (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori). Soldi pubblici che dovrebbero servire a riqualificare chi è senza lavoro e che invece finiscono per alimentare un mercato di “pezzi di carta” senza valore reale.
Chi paga le conseguenze di questo sistema?
- i pazienti, che ricevono assistenza da personale non qualificato.
- i professionisti onesti, che studiano e si preparano seriamente, vedendosi scavalcati in graduatoria da chi ha “comprato” il punteggio.
- i giovani, illusi di aver acquisito una professione quando invece sono stati solo clienti di una compravendita di titoli.
Una riforma necessaria.
L’inchiesta, ora nelle mani dei Carabinieri, impone una riflessione urgente. Non basta aumentare il numero di OSS; serve garantire che chi assiste un malato sappia cosa sta facendo. La formazione professionale non può essere un “self-service” dove il controllo è affidato a chi ha tutto l’interesse economico a promuovere.
Se il titolo di OSS diventa una formalità amministrativa e non una garanzia di competenza, a tremare non sono solo le istituzioni, ma tutti noi, potenziali pazienti di un sistema che sembra aver smarrito la sua bussola etica.
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