De Palma: «Servono un vero riconoscimento contrattuale e professionale. Non bastano le Case della Comunità senza valorizzare chi dovrà farle funzionare».
ROMA – Le Case della Comunità stanno prendendo forma in tutta Italia grazie agli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), ma il rischio è che la grande riforma della sanità territoriale resti incompleta se non verrà affrontata una questione ritenuta ormai cruciale: il riconoscimento professionale, economico e contrattuale dell’Infermiere di Famiglia e Comunità (IFeC).
A lanciare l’allarme è Nursing Up, il sindacato degli infermieri italiani, che a pochi giorni dalla scadenza del 30 giugno 2026 – termine fissato dal PNRR per il completamento della rete territoriale – richiama l’attenzione su quella che definisce una delle principali criticità ancora irrisolte della riforma.
«L’Europa investe da anni sulle figure infermieristiche specializzate nella gestione delle cronicità. L’Italia arriva all’appuntamento con il PNRR senza aver completato il percorso di riconoscimento professionale e contrattuale dell’Infermiere di Famiglia e Comunità», afferma Antonio De Palma, presidente nazionale di Nursing Up.
L’Infermiere di Famiglia e Comunità: pilastro della sanità di prossimità
L’Infermiere di Famiglia e Comunità rappresenta una delle figure chiave previste dal nuovo modello organizzativo delineato dal Decreto Ministeriale 77 del 2022, che ridisegna l’assistenza territoriale italiana.
Il DM 77 individua infatti l’IFeC come professionista di riferimento per la presa in carico continuativa dei cittadini, con il compito di garantire assistenza di prossimità, monitoraggio dei pazienti cronici, prevenzione, educazione sanitaria e coordinamento dei percorsi assistenziali.
Lo standard previsto è di un Infermiere di Famiglia e Comunità ogni 3.000 abitanti, con un fabbisogno stimato di circa 20.000 professionisti distribuiti sull’intero territorio nazionale.
Numeri che testimoniano il peso strategico attribuito a questa figura nel nuovo assetto del Servizio sanitario nazionale.
Il paradosso italiano: responsabilità crescenti senza adeguato riconoscimento
Secondo Nursing Up, tuttavia, all’ampliamento delle responsabilità non è corrisposta una reale valorizzazione professionale.
«Continuiamo a discutere di modelli organizzativi senza aver ancora risolto il nodo della piena valorizzazione della figura che dovrebbe rappresentare uno dei cardini della riforma», sottolinea De Palma.
Il sindacato denuncia infatti l’assenza di una cornice contrattuale coerente con le competenze richieste agli Infermieri di Famiglia e Comunità, chiamati a gestire pazienti fragili, coordinare interventi multiprofessionali e assicurare continuità assistenziale tra ospedale e territorio.
Una situazione che rischia di compromettere l’efficacia stessa della riforma.
L’Europa corre, l’Italia è ancora indietro
Il confronto internazionale evidenzia ulteriormente il ritardo italiano.
Le più recenti raccomandazioni della Commissione Europea, nell’ambito del Semestre Europeo 2026, invitano gli Stati membri a rafforzare l’assistenza territoriale e la gestione delle patologie croniche attraverso l’investimento sulle competenze infermieristiche avanzate.
In molti Paesi questo processo è già una realtà consolidata.
In Spagna, l’infermieristica familiare e di comunità è riconosciuta come una vera e propria specialità professionale.
In Finlandia, gli infermieri di comunità costituiscono una componente strutturale dell’assistenza territoriale.
Nel Regno Unito, le figure infermieristiche dedicate alle cure di prossimità rappresentano da anni uno dei pilastri del sistema sanitario.
«Mentre molti Paesi europei hanno costruito la sanità territoriale partendo dalla valorizzazione delle competenze infermieristiche avanzate, in Italia siamo ancora fermi», osserva De Palma.
Un Paese sempre più anziano e cronico
La richiesta di Nursing Up si inserisce all’interno di un quadro demografico e sanitario in profonda trasformazione.
Oggi oltre 12,8 milioni di italiani convivono con forme di multicronicità, mentre più di 7 milioni di persone presentano contemporaneamente multimorbilità e limitazioni funzionali.
L’invecchiamento progressivo della popolazione richiede modelli assistenziali capaci di spostare il baricentro delle cure dall’ospedale al territorio, privilegiando domiciliarità, prevenzione e presa in carico continuativa.
L’Infermiere di Famiglia e Comunità nasce proprio per rispondere a questi bisogni emergenti, accompagnando il cittadino lungo tutto il percorso di cura e contribuendo a prevenire ricoveri evitabili e riacutizzazioni.
Il nodo approda al tavolo del nuovo CCNL
Per Nursing Up, il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale del Comparto Sanità 2025-2027 rappresenta l’occasione decisiva per colmare questo vuoto.
Il sindacato annuncia che porterà formalmente la questione al tavolo negoziale presso l’ARAN.
La proposta è articolata su due livelli.
Da un lato, l’accesso all’area della dirigenza per i professionisti in possesso delle future Lauree Magistrali a indirizzo clinico, comprese quelle dedicate alle Cure Primarie e all’Infermieristica di Famiglia e Comunità.
Dall’altro, il riconoscimento dell’Area di Elevata Qualificazione per gli infermieri in possesso di laurea di primo livello, titoli equipollenti e master specifici che svolgono concretamente le funzioni di Infermiere di Famiglia e Comunità.
«Continuare a considerare questi professionisti come semplici infermieri generalisti ai quali affidare un incarico rappresenterebbe un errore strategico che rischia di indebolire la riforma della sanità territoriale», evidenzia De Palma.
Dall’emergenza pandemica alla riforma strutturale
L’origine normativa dell’Infermiere di Famiglia e Comunità risale al Decreto Legge n. 34 del 2020, emanato nel pieno dell’emergenza Covid-19.
Quella che inizialmente era stata pensata come una risposta straordinaria alle difficoltà generate dalla pandemia si è progressivamente trasformata in uno degli assi portanti del nuovo modello assistenziale previsto dal PNRR e dal DM 77.
Oggi, però, non si tratta più di sperimentare una figura emergenziale, ma di consolidare un ruolo destinato a sostenere stabilmente il futuro della sanità territoriale italiana.
Non bastano le strutture
Il messaggio finale di Nursing Up è chiaro: inaugurare Case della Comunità e attivare nuove strutture non sarà sufficiente a decretare il successo della riforma.
«Se il sistema sanitario individua nell’Infermiere di Famiglia e Comunità uno dei pilastri della presa in carico territoriale – conclude De Palma – allora è arrivato il momento di riconoscerlo davvero sul piano professionale, contrattuale ed economico».
La sfida della sanità del futuro non si misurerà soltanto nel numero di edifici realizzati o di fondi spesi, ma nella capacità di offrire ai cittadini, soprattutto ai più fragili e ai milioni di pazienti cronici, un’assistenza realmente vicina, continuativa ed efficace.
E senza professionisti adeguatamente valorizzati, il rischio è che la rivoluzione della sanità territoriale resti soltanto una promessa incompiuta.
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