CATANIA – Cresce la tensione tra i dipendenti della Dussmann Service impiegati nei servizi di pulizia e ausiliariato presso l’ASP di Catania. Una protesta che non è solo sindacale, ma profondamente umana: rabbia, frustrazione e senso di abbandono emergono con forza dalle testimonianze di chi, per anni, ha garantito servizi essenziali negli ospedali del territorio.
Al centro della rivendicazione c’è una richiesta chiara e non più rinviabile: l’internalizzazione.
I lavoratori denunciano di essere stati per troppo tempo inquadrati con contratti multiservizi, spesso definiti “allucinanti”, pur svolgendo mansioni che vanno ben oltre la semplice pulizia, arrivando in molti casi a coprire attività di ausiliarato e supporto assistenziale.
Una situazione che, secondo i dipendenti, rappresenta una forma di sfruttamento strutturale, aggravata da anni di silenzi e mancate verifiche. Ora però qualcosa si muove: diverse sigle sindacali stanno prendendo posizione e i lavoratori chiedono con forza l’applicazione della Legge Regionale 199 del 30 dicembre 2025, che apre spiragli concreti per il superamento degli appalti e l’assorbimento diretto del personale.
A dare voce al malessere diffuso è anche un post pubblicato nelle scorse ore da un dipendente in servizio presso il presidio ospedaliero di Acireale (CT). Parole dure, che raccontano una realtà fatta di sacrifici e invisibilità:
“È vergognoso che da oltre 20 anni si sfruttano lavoratori pagati come pulizieri con contratti multiservizi per poi espletare un servizio di ausiliarato… Durante il COVID eravamo dentro con le tute, ma nessuno si è chiesto cosa ci facessimo lì… oggi è come se non fossimo mai esistiti.”
Un’accusa diretta non solo alle aziende, ma anche alle istituzioni politiche e sanitarie, chiamate in causa per aver, secondo i lavoratori, tollerato un sistema che “faceva comodo”.
Il riferimento alla pandemia è particolarmente significativo: durante l’emergenza COVID, questi operatori hanno continuato a lavorare in prima linea, spesso senza adeguati riconoscimenti o tutele.
Oggi, però, il clima è cambiato. La mobilitazione cresce, il fronte sindacale si allarga e l’attesa di una risposta da parte dell’azienda e delle istituzioni si fa sempre più pressante.
La vertenza non riguarda soltanto il destino occupazionale di centinaia di lavoratori, ma tocca un nodo cruciale del sistema sanitario: la qualità e la sostenibilità dei servizi. Continuare a esternalizzare funzioni essenziali, affidandole a personale sottopagato e contrattualmente fragile, rischia di indebolire l’intero impianto assistenziale.
Internalizzare significa non solo riconoscere diritti e dignità, ma anche investire in stabilità, formazione e qualità del servizio offerto ai cittadini.
Ignorare questa richiesta sarebbe un errore grave. Prima di immaginare nuove assunzioni attraverso procedure concorsuali, è necessario guardare a chi già oggi tiene in piedi gli ospedali, spesso in condizioni precarie e senza adeguato riconoscimento.
Le istituzioni locali e regionali hanno ora l’opportunità – e la responsabilità – di intervenire concretamente, dando attuazione alle norme esistenti e avviando un percorso di internalizzazione che possa restituire dignità ai lavoratori e nuova linfa al sistema sanitario.
Perché una sanità più giusta non si costruisce solo con nuove risorse, ma riconoscendo il valore di chi, da anni, opera nell’ombra per il bene della collettività.
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