MILANO – Un aumento di stipendio per fermare la “fuga” oltreconfine. La Regione Lombardia lancia una contromisura concreta per contrastare l’attrattività del mercato del lavoro elvetico e proteggere il sistema sanitario nelle zone di frontiera. L’annuncio è arrivato dall’assessore regionale agli Enti locali, Massimo Sertori, durante la tappa del tour istituzionale delle Aree Interne a Luino, nel varesotto.
Gli incentivi: +20% in busta paga.
La misura prevede un incremento retributivo del 20% per il personale sanitario che opera nelle strutture pubbliche a ridosso del confine. Tradotto in cifre, l’impatto annuale stimato è di:
- 10.000 euro lordi in più per i medici;
- 5.400 euro lordi in più per gli infermieri.
L’obiettivo dichiarato è chiaro: creare un “paracadute” economico che incentivi gli operatori a restare sul territorio lombardo, garantendo la tenuta dei servizi socio-sanitari in province come Varese, Como e Sondrio, dove la concorrenza degli stipendi svizzeri rende difficile il reclutamento e il mantenimento del personale.
Il “Contributo di Solidarietà” dei vecchi frontalieri.
La copertura finanziaria di questa operazione ha una genesi particolare: sarà sostenuta dai cosiddetti “vecchi” frontalieri. Questi lavoratori concorreranno al fondo con una quota pari al 3% del proprio stipendio netto.
“A fronte di uno stipendio netto mensile di 4.000 euro, il contributo sarà di 120 euro”, ha spiegato Sertori.
Secondo l’assessore, si tratta di una forma di partecipazione equa: le risorse versate dai frontalieri servono a garantire l’efficienza di quella stessa assistenza sanitaria di cui loro e le loro famiglie usufruiscono quotidianamente in Italia.
La rivendicazione politica: il “Sistema Binario”.
Durante l’incontro, Sertori ha tenuto a sottolineare il ruolo politico della Regione nel preservare i diritti dei lavoratori transfrontalieri. Il riferimento è al sistema binario, la soluzione che ha permesso di distinguere tra “vecchi” e “nuovi” frontalieri, tutelando i diritti acquisiti dei primi fino alla pensione.
“Se esiste ancora lo status di vecchio frontaliere è grazie al lavoro portato avanti col presidente Attilio Fontana”, ha rivendicato l’assessore, ricordando come nel 2018 la Regione abbia intensificato il dialogo col Canton Ticino per sbloccare lo stallo nelle trattative tra Roma e Berna. Quella proposta, nata a Milano, è poi diventata legge dello Stato, gettando le basi per l’attuale gestione fiscale e previdenziale della fascia di confine.
Difendere i servizi di frontiera
L’intervento si inserisce in una strategia più ampia per le Aree Interne e di montagna, zone che più di altre soffrono la carenza di personale specializzato. Rafforzare la sanità di confine significa, per la Regione, non solo riconoscere il valore professionale di medici e infermieri, ma anche assicurare ai cittadini residenti un accesso alle cure pari a quello delle aree metropolitane, limitando l’impoverimento di competenze causato dal drenaggio di risorse verso la Svizzera.
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