Il quadro restituito dalla Corte dei Conti nell’ultima audizione sul Documento di Finanza Pubblica (Dfp) 2026 non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. Sebbene i numeri del finanziamento assoluto siano in crescita, la realtà quotidiana fatta di concorsi deserti e cantieri incompiuti racconta una storia diversa: quella di un Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che fatica a tenere il passo con le riforme promesse.
Case della Comunità: dove sono i servizi?
Uno dei pilastri del PNRR era la medicina territoriale, incarnata dalle Case della Comunità. Il piano è ambizioso, ma la messa a terra è ancora lenta. Su oltre 1.700 strutture programmate, meno della metà ha attivato almeno un servizio.
Il dato più allarmante? Solo 66 strutture in tutta Italia funzionano a pieno regime, garantendo tutti i servizi obbligatori e la presenza medica e infermieristica prevista per legge. Mentre il Nord arranca su livelli ottimali, il Sud (dall’Abruzzo alla Sicilia) è in forte ritardo anche sulle attivazioni minime, rischiando di ampliare ulteriormente la forbice delle disuguaglianze regionali.
La “grande fuga” del personale sanitario.
Non sono solo le mura a mancare, ma anche chi dovrebbe lavorarci dentro. I dati sulle dimissioni degli infermieri nel 2025 sono emblematici di una crisi di vocazione e di benessere lavorativo che attraversa tutto lo Stivale:
- La Lombardia guida questa triste classifica con 1.605 dimissioni.
- Seguono Toscana e Veneto (circa 800 ciascuna).
- Il fenomeno tocca anche il Centro e il Sud, segnalando uno stress sistemico che spinge i professionisti verso il privato o l’estero.
A questo si aggiunge il problema dei concorsi deserti, che oggi si concentra drammaticamente in un settore vitale: la medicina d’emergenza-urgenza. I pronto soccorso restano in prima linea, ma con sempre meno soldati a disposizione.
Liste d’attesa e il paradosso dei numeri.
Il 2025 ha visto un volume enorme di prestazioni: oltre 57 milioni di prenotazioni. Nonostante la creazione di una Piattaforma nazionale, la trasparenza resta un miraggio. Ad oggi, solo Lazio e Basilicata trasmettono i dati in tempo reale; per tutte le altre regioni, la rendicontazione mensile impedisce una gestione dinamica ed efficiente delle attese. L’obiettivo della piena interoperabilità è fissato per il 2026, ma la strada appare ancora in salita.
Più soldi, ma meno incidenza sul PIL.
Il paradosso economico è servito: il Fondo Sanitario Nazionale aumenterà in valore assoluto, toccando i 145 miliardi nel 2029. Tuttavia, se guardiamo al rapporto con il PIL, la quota destinata alla salute è destinata a scendere al 5,88% nel 2029.
In termini semplici: l’Italia sta investendo di più, ma la velocità di crescita del Paese è superiore a quella degli investimenti in salute, lasciando il sistema potenzialmente sotto-finanziato rispetto alle reali necessità di una popolazione che invecchia.
Cosa aspettarsi?
I miglioramenti nei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) in ambito ospedaliero sono un segnale positivo, ma la prevenzione resta la “maglia nera” in territori come la Sicilia e la Provincia di Bolzano.
La sfida per il 2026 non sarà solo spendere i fondi, ma trasformare i cantieri in centri di cura reali e, soprattutto, rendere di nuovo attrattiva la professione sanitaria. Senza infermieri e medici motivati, anche la Casa della Comunità più moderna resterà soltanto una scatola vuota.
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