Nel dibattito sulla sanità italiana si continua a parlare di risorse economiche. Più fondi, più investimenti, più spesa pubblica. Ma il punto centrale rischia di restare nell’ombra: senza infermieri, anche più soldi servono a poco.
È questa la tesi che emerge dall’analisi degli economisti Marco Leonardi, Leonzio Rizzo, Riccardo Secomandi e Gilberto Turati, che mettono in discussione l’approccio tradizionale alla crisi del Servizio sanitario nazionale.
Un sistema sbilanciato.
Secondo i dati OCSE, l’Italia non è in ritardo sul numero di medici. Il rapporto con la popolazione è in linea con gli altri Paesi avanzati e anche le retribuzioni risultano proporzionate.
Il vero squilibrio riguarda invece gli infermieri.
Nel nostro Paese ce ne sono meno rispetto alla media internazionale e, soprattutto, sono pagati meno: guadagnano circa il 94% del salario medio, contro una media OCSE del 120%. Un dato che fotografa una professione ancora poco valorizzata.
Ancora più significativo è il rapporto tra infermieri e medici: in Italia è pari a 1,28, mentre negli altri Paesi OCSE supera il 2. Questo significa che il sistema sanitario italiano è ancora troppo centrato sulla figura del medico, quando invece la sanità moderna richiede un maggiore protagonismo infermieristico, soprattutto sul territorio.
Aumentare gli stipendi non basta.
Adeguare le retribuzioni è necessario, ma non sufficiente.
Portare gli stipendi degli infermieri ai livelli medi OCSE comporterebbe un investimento tra i 2,2 e i 4,7 miliardi di euro l’anno. Una cifra importante, ma sostenibile se si considera il peso complessivo della spesa sanitaria.
Il problema è che gli infermieri, oggi, semplicemente non si trovano.
Ospedali e servizi territoriali faticano a coprire i posti disponibili. E mentre l’Italia arranca, altri Paesi – come Germania, Regno Unito e Norvegia – investono per attrarre professionisti dall’estero con stipendi più alti, percorsi facilitati e politiche di integrazione.
Il rischio per la sanità territoriale.
La carenza di infermieri non è solo una questione occupazionale, ma organizzativa.
Il futuro del sistema sanitario – anche alla luce degli investimenti del PNRR – punta sulla sanità territoriale: assistenza domiciliare, gestione delle cronicità, strutture intermedie. Tutti ambiti che richiedono un forte impiego di personale infermieristico.
Senza infermieri, questo modello semplicemente non può funzionare.
Le scorciatoie che non funzionano.
Negli ultimi anni si è tentato di trovare soluzioni alternative, come l’ampliamento delle competenze degli OSS. Un esempio è arrivato dal Veneto, dove si è provato a introdurre figure intermedie per compensare la carenza di infermieri.
Ma il tentativo è stato bloccato dal Consiglio di Stato.
Il motivo è chiaro: infermieri e OSS hanno percorsi formativi, competenze e responsabilità completamente diversi. Pensare di sostituire gli uni con gli altri significa aggirare il problema, non risolverlo.
La vera riforma passa dagli infermieri.
Continuare a discutere solo di finanziamenti rischia di essere fuorviante. Le risorse servono, ma devono essere indirizzate nel modo giusto.
La vera sfida è formare, attrarre e trattenere infermieri.
Senza un numero adeguato di professionisti, qualsiasi aumento della spesa sanitaria rischia di non tradursi in servizi migliori per i cittadini. Anzi, il sistema potrebbe continuare a perdere efficienza, aumentando le disuguaglianze e allungando i tempi di risposta.
La sanità italiana, oggi, si trova davanti a un bivio: continuare a inseguire l’emergenza o affrontare finalmente il nodo strutturale.
E quel nodo ha un nome preciso: infermieri.
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