
De Palma: «La Corte dei Conti individua correttamente il problema. Il Ministero della Salute affronta un’urgenza concreta. Ma il punto decisivo è un altro: tutta Europa ha cambiato il modello organizzativo della sanità territoriale. Non basta assumere personale o aprire Case di comunità. Bisogna costruire équipe nelle quali la crescita della professione infermieristica rappresenta il motore della continuità assistenziale, rafforza il Servizio sanitario nazionale e valorizza la stessa professione medica».
ROMA, 26 GIUGNO – La recente relazione della Corte dei Conti sul rafforzamento del personale sanitario e il recente accordo promosso dal Ministero della Salute per garantire la presenza dei medici nelle 1.038 Case di comunità rappresentano senza dubbio due passaggi fondamentali per il futuro della sanità territoriale italiana. Secondo Nursing Up, tuttavia, è proprio leggendo insieme questi due interventi che emerge il vero nodo ancora irrisolto della riforma.
Il problema, infatti, non riguarda più soltanto quanti professionisti saranno presenti nelle nuove strutture territoriali, ma soprattutto come quei professionisti lavoreranno insieme.
Ma soprattutto un quesito sorge doveroso: dove sono gli infermieri? Chi ne parla? Chi dibatte sulla loro valorizzazione economica e contrattuale in seno al progetto di rilancio della sanità territoriale?
DAL RECENTE DIBATTITO DELLA CORTE DEI CONTI E DAGLI IMPEGNI DEL MINISTERO DELLA SALUTE EMERGE CHE LA QUESTIONE INFERMIERISTICA RESTA PERICOLOSAMENTE AI MARGINI!
Mentre in Italia il confronto continua a concentrarsi prevalentemente sugli organici, sugli accordi e sulle singole figure professionali, i principali sistemi sanitari europei hanno già imboccato una strada diversa, costruendo modelli organizzativi nei quali medici, infermieri e professionisti sanitari condividono la presa in carico del paziente, con una crescente valorizzazione della professione infermieristica nel pieno rispetto delle competenze di ciascuno.
È proprio questa, secondo Nursing Up, la differenza che oggi separa il dibattito italiano da quello europeo.
«La Corte dei Conti richiama giustamente il Governo a investire sul personale e il Ministero lavora correttamente per garantire la presenza dei medici nelle Case di comunità. Ma chi assicurerà ogni giorno la continuità assistenziale? Chi seguirà i pazienti cronici? Chi collegherà ospedale, territorio e domicilio? Una Casa di comunità non è un edificio da riempire, ma un’organizzazione da costruire. E questa organizzazione non può prescindere dagli infermieri e dagli altri professionisti dell’assistenza, anche attraverso un adeguato riconoscimento economico e professionale», afferma Antonio De Palma.
Per Nursing Up, fermarsi alla sola distribuzione del personale medico significherebbe arrestare il cambiamento prima della sua fase più importante.
«Oltre tutto se concentriamo il dibattito soltanto su chi entrerà nelle Case di comunità, senza discutere di come lavoreranno le équipe, rischiamo di fermarci un passo prima della vera riforma. Da settimane il confronto nazionale ruota quasi esclusivamente attorno agli accordi con i medici. Ma gli infermieri? E gli altri professionisti sanitari? Possiamo davvero lasciarli ai margini del dibattito?», prosegue De Palma.
Secondo il sindacato, la scelta europea di investire sulla professione infermieristica nasce dalle evidenze scientifiche e non da impostazioni ideologiche.
Le ricerche internazionali dimostrano infatti che i modelli Nurse-Led riducono ricoveri evitabili e complicanze, consentendo una riduzione dei costi fino al 20%. I programmi infermieristici post-dimissione generano risparmi significativi, mentre una migliore gestione della cronicità riduce il ricorso improprio agli ospedali. L’Europa investe sugli infermieri perché ha compreso che rafforzare l’assistenza significa migliorare contemporaneamente qualità delle cure e sostenibilità economica.
La trasformazione è già realtà in numerosi Paesi europei. Nei Paesi Bassi il modello Buurtzorg ha rivoluzionato l’assistenza domiciliare affidando ai team infermieristici il coordinamento dei percorsi di cura. In Francia gli Infirmiers en Pratique Avancée (IPA) seguono i pazienti cronici in percorsi condivisi con i medici.
La Germania sviluppa le Community Health Nurses per rafforzare la medicina territoriale, mentre in Belgio crescono le nurse-led clinics. La Spagna amplia il ruolo degli infermieri nelle cure primarie, in Irlanda gli Advanced Nurse Practitioners rappresentano ormai una componente stabile dell’assistenza territoriale e nei Paesi nordici gli infermieri costituiscono il punto di raccordo tra medicina generale, assistenza domiciliare e servizi territoriali.
MODELLI DIFFERENTI, MA UNA VISIONE COMUNE: FAR CRESCERE LA PROFESSIONE INFERMIERISTICA NON SIGNIFICA RIDURRE IL RUOLO DEI MEDICI, BENSÌ COSTRUIRE UN’ORGANIZZAZIONE PIÙ MODERNA NELLA QUALE OGNI PROFESSIONISTA POSSA ESPRIMERE PIENAMENTE LE PROPRIE COMPETENZE RENDENDO PIÙ EFFICACE L’INTERA ÉQUIPE.
LA PRESENZA, LA CRESCENTE AUTONOMIA E LA VALORIZZAZIONE ECONOMICO-CONTRATTUALE DEGLI INFERMIERI E’ UN VALORE AGGIUNTO PER GLI STESSI MEDICI! L’EUROPA LO HA COMPRESO, NOI NO!
«Noi continuiamo a discutere soprattutto di accordi, edifici e scadenze. L’Europa discute di organizzazione.
Una piramide funziona quando tutti guardano verso l’alto. Una squadra funziona quando tutti guardano nella stessa direzione. La crescita della professione infermieristica non è una rivendicazione di categoria, ma una scelta organizzativa che migliora le cure, rafforza anche il lavoro dei medici e rende più sostenibile il Servizio sanitario nazionale. Se vogliamo davvero salvare la sanità pubblica dobbiamo smettere di progettare edifici e iniziare a progettare équipe», conclude De Palma.
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