L’Italia affronta una crisi senza precedenti: stipendi tra i più bassi d’Europa, fughe all’estero in aumento e 20mila professionisti stranieri “non certificati”. La qualità dell’assistenza negli ospedali è a un punto di rottura.
Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) sta attraversando una tempesta perfetta. I dati aggiornati all’inizio del 2026 confermano quello che pazienti e operatori denunciano da tempo: negli ospedali italiani mancano all’appello almeno 60.000 infermieri. Una voragine che mette a rischio la sicurezza delle cure e la tenuta dei reparti, da Nord a Sud.
La fuga dal pubblico: stipendi fermi e burnout.
Nonostante il rinnovo contrattuale dell’ottobre 2025 abbia portato un aumento medio di 164 euro lordi al mese, la remunerazione degli infermieri italiani resta un fanalino di coda in Europa. Con una media di 34.424 euro lordi l’anno, un professionista in Italia guadagna circa il 20% in meno rispetto ai colleghi dei Paesi OCSE.
Ma non è solo una questione di portafoglio. A spingere migliaia di professionisti verso le dimissioni volontarie (quasi 17mila solo nel triennio 2020-22) è un mix esplosivo di:
- Turni massacranti: Fino a 12 ore di lavoro consecutive e 10 giorni senza riposo.
- Violenza in corsia: Un aumento preoccupante di aggressioni fisiche e verbali.
- Mancanza di futuro: Scarse possibilità di carriera e difficoltà nel conciliare vita e lavoro.
Il fenomeno dei «gettonisti» e la deroga infinita.
Per tappare i buchi in organico, le ASL ricorrono sempre più spesso ai cosiddetti infermieri a gettone, reclutati tramite cooperative. Nonostante le norme cerchino di limitarne l’uso come extrema ratio, la spesa per le esternalizzazioni continua a salire, gravando sulle casse pubbliche senza garantire continuità assistenziale.
Inoltre, la Legge di Bilancio 2026 ha esteso fino al 31 dicembre 2029 la deroga per l’esercizio della professione con titoli conseguiti all’estero. Una misura nata nell’emergenza Covid che sta diventando strutturale.
Il rischio “certificazione”: Secondo la FNOPI (Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche), oggi in Italia lavorano circa 20.000 infermieri stranieri non certificati dagli ordini territoriali. La richiesta è chiara: istituire elenchi speciali per verificare competenze tecniche e conoscenza della lingua italiana.
2035: l’allarme demografico.
Le prospettive per il prossimo decennio sono allarmanti. Entro il 2035, 78.000 infermieri andranno in pensione. Il ricambio generazionale è quasi inesistente: i giovani non sono più attratti dalla professione e, nel 2024, il numero di candidati ai test d’ingresso ha appena pareggiato i posti disponibili.
Nel frattempo, chi si laurea in Italia spesso sceglie la via dell’espatrio: solo nel 2025, sono stati 6.000 gli infermieri che hanno lasciato il Paese per lavorare in strutture estere, dove stipendi e condizioni lavorative sono decisamente più competitivi.
Quali soluzioni?
Per salvare la sanità pubblica, la ricetta proposta dai sindacati e dagli ordini professionali non può limitarsi a interventi “tampone”. Occorre:
- Aumentare l’attrattività economica per allinearsi alla media europea.
- Rivedere i carichi di lavoro e tutelare la sicurezza del personale.
- Valorizzare le competenze, permettendo una reale evoluzione di carriera.
Senza un investimento massiccio sul capitale umano, il rischio è che il diritto alla salute diventi, nei prossimi anni, un privilegio per pochi.
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