AREZZO – «Ho fatto il mio dovere. Sono un infermiere». Poche parole, pronunciate con grande umiltà, racchiudono il significato di una professione che spesso continua anche fuori dall’orario di servizio. È la storia di Giuseppe Sergi, infermiere trentenne in servizio presso il blocco operatorio del San Giuseppe Hospital di Arezzo, protagonista di un intervento che ha contribuito a salvare la vita di un uomo di 35 anni colto da un grave malore mentre si trovava in piscina.
Il giovane, conosciuto da amici e familiari con il nome di Lele, è rimasto in arresto cardiaco dopo aver rischiato di annegare. Grazie al tempestivo intervento del bagnino del Blue Team, dell’infermiere presente casualmente sul posto e, successivamente, dei sanitari del 118, oggi è fuori dal coma e ha ripreso a respirare autonomamente, riconoscendo i propri familiari.
Il malore improvviso e la corsa contro il tempo.
L’episodio si è verificato nel pomeriggio di sabato in una piscina della provincia di Arezzo. Il 35enne, descritto come una persona fragile, è stato colto da un malore mentre era in acqua.
L’accompagnatrice ha immediatamente chiesto aiuto. Il bagnino ha recuperato l’uomo dalla piscina e lo ha portato a bordo vasca, dove ogni secondo è diventato decisivo.
Tra i presenti c’era anche Giuseppe Sergi, che stava trascorrendo alcune ore di riposo dopo il turno di lavoro.
«Ho visto che c’era una persona in difficoltà e sono intervenuto immediatamente. Era cianotico, in arresto cardiaco. Insieme al bagnino abbiamo iniziato subito le manovre di rianimazione cardiopolmonare. Dopo qualche minuto il cuore ha ripreso a battere con ritmo e frequenza», ha raccontato l’infermiere.
Le manovre di rianimazione che hanno cambiato il destino del paziente.
L’intervento precoce è stato determinante.
Nell’arresto cardiaco ogni minuto senza rianimazione riduce drasticamente le possibilità di sopravvivenza e aumenta il rischio di danni neurologici permanenti. Per questo motivo l’inizio immediato del massaggio cardiaco e delle manovre di supporto vitale rappresenta uno dei pilastri della cosiddetta “catena della sopravvivenza”.
Grazie alla collaborazione tra il bagnino e l’infermiere, il paziente è stato stabilizzato fino all’arrivo dell’equipaggio del 118, che ha proseguito le cure avanzate e disposto il trasferimento urgente presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze.
Dopo tre giorni di ricovero in terapia intensiva è arrivata la notizia che tutti speravano: il 35enne si è risvegliato dal coma, respira autonomamente e ha riconosciuto i propri familiari.
«Ho fatto solo il mio dovere».
Nonostante il grande risalto ricevuto dalla vicenda, Giuseppe Sergi continua a minimizzare il proprio gesto.
«Ero semplicemente in piscina con un amico dopo il lavoro. È capitata un’emergenza e ho fatto quello per cui sono stato formato. Sapere che il ragazzo si è risvegliato è una grande emozione.»
Parole che raccontano perfettamente lo spirito di una professione che richiede preparazione tecnica, lucidità e capacità di intervenire anche nelle situazioni più imprevedibili.
Il riconoscimento dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche.
L’intervento dell’infermiere non è passato inosservato.
Il presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche (OPI) di Arezzo, Giovanni Grasso, ha voluto esprimere pubblicamente il proprio ringraziamento.
«A nome dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Arezzo desidero esprimere un sentito ringraziamento all’infermiere Giuseppe Sergi per la tempestività, la professionalità e il senso di responsabilità dimostrati nel prestare supporto al ragazzo colto da malore, in attesa dell’arrivo del soccorso sanitario.»
Secondo Grasso, il comportamento dell’infermiere rappresenta «un esempio concreto di cosa significhi essere infermiere: presenza, competenza, sangue freddo e capacità di agire nei momenti in cui ogni secondo può fare la differenza».
Il presidente dell’OPI ha inoltre rivolto un pensiero al giovane paziente e alla sua famiglia, augurando un completo recupero.
Il valore degli infermieri anche fuori dall’ospedale.
Questa vicenda dimostra come la competenza infermieristica non si esaurisca tra le mura di un reparto ospedaliero.
Ogni giorno migliaia di infermieri mettono a disposizione della collettività conoscenze cliniche, esperienza e capacità decisionale che possono risultare determinanti anche nei contesti più inaspettati: una strada, una stazione ferroviaria, un centro commerciale o, come in questo caso, una piscina.
Essere infermiere significa essere preparati a riconoscere un’emergenza, mantenere il controllo della situazione e applicare rapidamente procedure salvavita che possono trasformare un epilogo drammatico in una storia di speranza.
La rianimazione precoce salva la vita.
L’episodio di Arezzo rappresenta anche un’importante occasione per ricordare quanto sia fondamentale la diffusione delle competenze di primo soccorso nella popolazione.
L’avvio tempestivo della rianimazione cardiopolmonare (RCP), l’attivazione immediata del sistema di emergenza e, quando disponibile, l’utilizzo del defibrillatore automatico esterno (DAE) possono aumentare significativamente le probabilità di sopravvivenza in caso di arresto cardiaco.
La storia di Lele, oggi fuori dal coma e in graduale recupero, è il risultato di una catena del soccorso che ha funzionato perfettamente: il tempestivo allarme, il recupero dall’acqua da parte del bagnino, l’intervento dell’infermiere fuori servizio, l’arrivo del 118 e le cure specialistiche ricevute in ospedale.
Una storia che ricorda come, quando preparazione, collaborazione e tempestività si incontrano, ogni secondo possa davvero fare la differenza tra la vita e la morte.
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