Lavorare in infermieristica significa convivere ogni giorno con lo stress, l’urgenza e la responsabilità. Ma c’è un fattore che spesso aggiunge benzina sul fuoco in un ambiente già saturo: il bullismo tra colleghi. Per costruire un ambiente di lavoro più sano e umano, dobbiamo avere il coraggio di guardarci dentro e chiederci se le nostre parole o le nostre azioni — anche quelle non intenzionali — stiano alimentando il problema.
Il bullismo infermieristico, spesso definito violenza laterale, è una forma di ostilità non fisica tra colleghi. Possono sembrare piccoli episodi isolati, quasi innocui, ma nel tempo creano un clima tossico che logora il morale e, cosa ancora più grave, mette a rischio la sicurezza dei pazienti.
Una realtà troppo comune.
I numeri ci dicono che non siamo di fronte a casi isolati. Secondo il Nurse Salary and Work-Life Report del 2024, circa il 31% degli infermieri ha subito abusi verbali da un collega e il 34% ha riportato episodi di intimidazione.
Come sottolinea Cara Lunsford (Relias), questa violenza spesso “si nasconde in bella vista” perché viene liquidata come una semplice differenza di carattere o come “la dura legge della corsia”. Ma quando la mancanza di rispetto diventa la norma, la fiducia e il lavoro di squadra crollano.
Fermati un secondo: l’auto-test.
Ti è mai capitato di usare il tuo “potere” o la tua anzianità per manipolare qualcuno? Hai mai omesso apposta un’informazione utile a un collega, o magari hai partecipato a un giro di gossip o a un commento sarcastico durante il cambio turno?
A volte il bullismo si manifesta in modi sottili: un occhio alzato al cielo, il rifiuto di offrire aiuto quando vedi qualcuno in difficoltà, o l’assegnazione di compiti ingiusti. Amy Loughren (l’infermiera che ha ispirato il film The Good Nurse) spiega che molti infermieri rimarrebbero scioccati se venissero chiamati “bulli”. Spesso, infatti, queste reazioni sono meccanismi di difesa disfunzionali: rendere se stessi inavvicinabili diventa un modo per proteggere i propri confini e tenere lontane le richieste eccessive.
Se sei tu la vittima: non restare in silenzio.
Se subisci o assisti a comportamenti di questo tipo, la prima regola è non accettarli passivamente. Il silenzio può essere interpretato come tolleranza.
- Parla chiaro: Specifica che quel comportamento non è accettabile e chiarisci come vorresti essere trattato.
- Documenta tutto: Segna i dettagli di ogni incontro spiacevole.
- Cerca aiuto: Segui la catena di comando e, se l’azienda non interviene, non aver paura di rivolgerti a organizzazioni esterne per la tutela del lavoratore.
Il ruolo delle aziende.
La responsabilità non è solo del singolo. Chi gestisce i reparti deve creare una cultura della “Tolleranza Zero”. Questo si ottiene con l’esempio, con la formazione sulla gestione dei conflitti e creando spazi di team building dove gli infermieri possano sentirsi parte di una squadra, non rivali. Un ambiente psicologicamente sicuro è un ambiente dove la responsabilità è costante per tutti, indipendentemente dal titolo o dall’anzianità.
In conclusione: proteggi te stesso.
La nostra professione è già emotivamente faticosa. Se al carico clinico aggiungiamo l’ansia di un ambiente ostile, il burnout è dietro l’angolo. Ascolta i segnali del tuo corpo: se provi angoscia prima di un turno o perdi fiducia in te stesso, è il momento di agire.
Meriti un posto di lavoro basato sul rispetto e sulla professionalità. Perché la resilienza non significa imparare a sopportare un ambiente tossico, ma avere la forza di pretendere — e contribuire a creare — un ambiente migliore.
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