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sabato, Settembre 25, 2021
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Antonio De Marco, lo studente infermiere con l’istinto omicida.

Il 21enne reo confesso Antonio De Marco, che ha ucciso i fidanzati di Lecce, Daniele De Santis ed Eleonora Manta, dopo aver ammesso le sue colpe ha detto che sarebbe pentito per l’accaduto.

Ai suoi avvocati ha confessato di aver sbagliato, come ha riportato in questi giorni Il Quotidiano di Puglia.
La stessa testata giornalistica ha inoltre riportato delle dichiarazioni a cura di Alessandro Bertolino, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Bari e Vincenzo Gesualdo, presidente regionale dell’Ordine degli psicologi.

“La gente comune non è allenata a riconoscere i segni che indicano la presenza di un disturbo psichiatrico. Ma questi segni ci sono”. Ne è convinto il professor Bertolino.

“Perché se è vero che il ragazzo viene descritto come una persona normale, forse un po’ chiusa in se stessa ed introversa, è altrettanto vero che introversione e chiusura – aggiunge Bertolino – spesso non rientrano nell’ambito della fisiologia. Non voglio parlare, in questo caso, di malattia mentale. Ma di sicuro sono dei sintomi”.

“E poi, non sono gli unici indicatori di qualcosa che non va. Spesso si accompagnano ad altri sintomi, a psicosi, deliri ed allucinazioni. Ma questo è un discorso generale, è presto per trarre conclusioni nel caso specifico. Nella mente del killer la felicità di Daniele ed Eleonora era una colpa, un elemento sufficiente a decretarne la morte”.

“Può essere che avesse sviluppato un delirio nei confronti di queste persone – prosegue Bertolino – immaginando macchinazioni contro di lui, un atteggiamento di esclusione nei suoi confronti. Avrà immaginato che facessero di tutto per farlo rimanere infelice. I deliri sono convinzioni errate e false che sono incoercibili. Persone estremamente chiuse o introverse sono incapaci di provare felicità nelle relazioni sociali, e magari sviluppano un’idea patologica, un delirio appunto, arrivando ad invidiare la felicità altrui. A questo quadro aggiungo anche che la sera del funerale è andato ad una festa. Anche questo è un segnale che qualcosa nella testa non funziona secondo i canoni della maggior parte delle persone”.

Si può parlare di raptus, dunque? O l’omicidio è stato ideato, pianificato, studiato nei minimi dettagli?
“Il raptus non è una condizione medica – conclude Bertolino – ci sono alcune condizioni mediche che prevedono la dissociazione anche temporanea (emblematico è il delitto di Cogne), ma sono situazioni molto rare”.

Parla di un chiaro disturbo psicologico il dottor Vincenzo Gesualdo, presidente regionale dell’Ordine degli psicologi, che identifica nel giovane “un individuo che ha seri problemi di relazione, che non ha chiaro il concetto di libertà dell’individuo e che vuole possedere l’altro”.

“Ciò che sconvolge ancor di più è l’accurata premeditazione, con estrema pianificazione di dettagli e la conseguente freddezza che ha accompagnato l’omicida per un’intera settimana, durante la quale ha continuato la sua regolare quotidianità, prima di confessare l’efferato delitto”, continua Gesualdo.

Torna ancora il tema dei segnali, degli indicatori che avrebbero potuto far presagire un epilogo simile.

“Noi abbiamo generalmente due tendenze; possiamo dare due direzioni all’aggressività: tenerla dentro o buttarla fuori. In un caso andiamo verso la depressione, nell’altro abbiamo gli scatti d’ira. Ecco – aggiunge Gesualdo – bisognerebbe capire fino a che punto questa chiusura, questa timidezza fossero caratteristiche della personalità o se fossero invece il segnale della presenza di un vulcano che stava lavorando internamente e poi sarebbe esploso”.

“L’emergenza, oggi, spiega ancora Gesualdo, non è solo di carattere psicopatologico, ma anche culturale e sociale. Il tema è l’invidia. Qual è la differenza tra gelosia ed invidia? La gelosia è il desiderio di possedere l’oggetto del desiderio; l’invidia è il desiderio di distruggerlo. Questo è il nostro caso. Abbiamo vissuto – conclude il presidente degli psicologi – gli ultimi anni in un quadro di estrema competitività, un tutti contro tutti che ci ha fatto solo del male”.

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