Salute mentale: la società è pronta per la psichiatria?

Nella Giornata della Salute Mentale una riflessione ed un appello: abbattiamo i muri trasparenti tra la società e le persone con malattie psichiatriche.

Il mondo celebra la salute mentale ma siamo sicuri che non sia soltanto l’ennesima celebrazione sicuramente sentita ma fine a sè stessa?

La salute mentale vive molte difficoltà sia dal punto di vista sociale che dal punto di vista sanitario.

Ad oltre 40 anni dalla Basaglia e dalla chiusura delle strutture manicomiali assistiamo a un sistema di salute mentale che non è riuscito ad attrezzarsi efficacemente.

CSM, SPDC, Strutture riabilitative, strutture comunitarie, REMS.

Sfido a trovare una qualsiasi persona che ci abbia messo piede (ospiti, lavoratori e visitatori) che non abbia notato l’insufficienza di risorse, l’incongruità degli spazi, il paradosso organizzativo.

Nonostante la passione di migliaia di addetti ai lavori, ogni giorno impegnati nella salute mentale, mancano tantissime cose.

E forse le più importanti sono la ricerca, la prevenzione e la riabilitazione.

Ognuna collegata all’altra.

In un paese in cui il mondo della ricerca scientifica è in apnea da anni, proporre un rinforzo della ricerca in psichiatria sembra, tanto per restare in tema, follia.

Ma la necessità è alta ed è resa ancora più incisiva dall’evolvere dei tempi e delle sfumature di cui si sta tingendo la società moderna. La fragilità giovanile convoglia in sintomi psichiatrici o pseudo psichiatrici. L’incapacità di comprendere il mondo che viene presentato ai più giovani è il primo di tanti anelli che porterà ad una generazione di cronicità importanti.

Una generazione che non possiamo permetterci, però, di iniziare a curare quando è troppo tardi.

La prevenzione è spesso assente e a tratti fasulla: si prova ad aspettare l’esordio manifesto per ricoverare in SPDC e iniziare la presa in cura (se seguiamo un iter classico). Il problema è che poi si scopre che i sintomi ci sono da anni, che ci sono state tante manifestazioni ed episodi, che si è preferito nascondere.

Quasi come gli animali che cercano di dissimulare quando sono malati, per non essere individuati come prede facili. Ma animali, permettetemi, non siamo.

Del resto, di sintomi non se ne parla. E se tutti sanno capire l’insorgenza di un’influenza, nessuno vuol capire come anticipare il problema ed il trattamento in psichiatria. E favorire una precoce riabilitazione.

Esatto, riabilitazione.

Fa quasi ridere pensare ad un malato psichiatrico che può essere riabilitato. Creare e rafforzare strumenti per aumentare al massimo la propria qualità di vita e la propria funzionalità sociale sembra assurdo per chi immagina, alla sola parola, la vecchia e socialmente rassicurante camicia di forza.

Invece tutto questo è possibile, necessario. Prioritario nella nostra mission infermieristica, medica, assistenziale.

Ma forse è ancora solo un sogno: riabilitazione vuol dire fondi, posti letto e personale formato. Tutti e tre in carenza cronica.

Ad aggravare, impossibile non citare i momenti di cattivo incastro con i servizi di tossicologia, ma questo è un importante capitolo a parte.

Nonostante venga bistrattato, tutto sommato invece è logico parlare del Sistema Salute Mentale come una porzione di SSN importante e prezioso.

Chi frequenta lo sa, chi non frequenta a volte preferisce non sapere.

E forse è proprio questa una delle note più dolenti della salute mentale. Parafrasando Basaglia, abbiamo aperto la porta ma molto poco la nostra testa.

Perchè oggi di psichiatria si parla e dice molto. Ma spogliandolo del buonismo, rimane poco. Perlopiù domande.

Professionalmente siamo pronti a considerare la salute mentale come una specialistica medica e assistenziale, piuttosto che un dipartimento di confino?

Siamo disposti ad abbandonare le nostre difese e insicurezze per parlare davvero di psiche e accettarla nella sua meravigliosa peculiarità?

Mentre da professionisti siamo ancora in attesa di questi passi, è palpabile la necessità di ridurre lo stigma verso la persona con patologie psichiatriche.

La società appare poco propensa ad alzare il tappeto e guardare in faccia la polvere che vi ha nascosto sotto.

Il definito “sommerso psichiatrico” (ovvero la componente della società che ha problemi di salute mentale ma che non è mai stata presa in cura) è un sintomo che nelle sue proporzioni non trova possibilità di accomunamento nella clinica. Sintomo di non accettazione, di paura e ritiro. Di lavarsi i panni sporchi in casa propria. Ma senza strumenti per farlo.

La quasi assenza di associazioni di cittadini e pazienti è un’altra delle tante prove.

Qualcosa si muove ma siamo già in ritardo di decenni.

Nel frattempo, nonostante i tentativi di nascondere il problema, la persone che assistiamo e cerchiamo di curare restano comunque nostri concittadini. Vicini di casa, compagni di banco.

E nonostante la vicinanza ci sono spesso muri trasparenti, corridoi divisi.

Ma il non insultare non significa rispettare. Il non condannare non vuol dire accettare. Il non escludere non vuol dire includere.

Occorre fare un passo in più. Occorre alzare l’asticella della dignità sociale.

Siamo davvero pronti a farlo?

Perchè domani non sarà più il 10 ottobre ma avremo ancora molto da parlare sulla salute mentale.

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