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Quattro risposte sull’eutanasia, la sedazione profonda ed il ruolo del medico.

Quattro risposte sull’eutanasia, la sedazione profonda ed il ruolo del medico.

Sedazione profonda, eutanasia, cure palliative: quattro risposte per medici, infermieri e cittadini. Perchè la vita e la morte pongono tante domande.

I casi di Giovanni Custodero (ex portiere di calcio a 5) e Pietro Anastasi (ex giocatore della Juventus), malato di SLA, hanno aperto un dibattito che in realtà va definito nei giusti termini.

Non c’entra l’eutanasia, e ancor meno il testamento biologico, e non ha niente a che vedere con Piergiorgio Welby o Eluana Englaro la morte di Pietro Anastasi, l’ex centravanti malato terminale di SLA che è stato accompagnato nei suoi ultimi giorni di vita da trattamenti palliativi, come previsto dalle nostre leggi e dai protocolli sanitari.

Ma facciamo un po’ di chiarezza…

Cos’è l’Eutanasia?

Per eutanasia, secondo classica e condivisa definizione, si intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore.

 Cos’è la sedazione profonda?

La sedazione profonda è compresa nella medicina palliativa e fa ricorso alla somministrazione intenzionale di farmaci, alla dose necessaria richiesta, per ridurre fino ad annullare la coscienza del paziente allo scopo di alleviare sintomi fisici o psichici intollerabili e refrattari a qualsiasi trattamento (dispnea, nausea e vomito incoercibile, delirium, irrequietezza psico-motoria, distress psicologico o esistenziale, senso di soffocamento) nelle condizioni di imminenza della morte con prognosi di ore o pochi giorni per malattia inguaribile in stato avanzato e previo consenso informato.

 La sedazione profonda elimina dolore e sofferenza?

Rigorosi i criteri per l’applicazione delle procedure, da registrare in cartella clinica, che esigono proporzionalità e monitoraggio dei farmaci usati.

Ciò significa che, così definita e praticata, la sedazione profonda non rientra nell’ambito di un procedimento eutanasico perché, avendo per scopo l’eliminazione di dolore e sofferenze, non è un’azione o una omissione che, anche nelle intenzioni, vuole procurare la morte.

Quali valutazioni del paziente?

Ma la scelta di dormire fino al decesso spetta solo al paziente? E il medico, può rifiutarsi di procedere con il trattamento?

“La decisione finale – sentenzia Luciano Orsi, esperto di cure palliative – è condivisa tra un paziente cosciente e in grado di relazionarsi, che deve dare il proprio consenso, e il gruppo di medici, infermieri e psicologi che si occupa del trattamento palliativo.

Dato che l’equipe sanitaria prende in carico la persona malata negli ultimi mesi di vita, se l’assistito lo desidera ha tutto il tempo per confrontarsi con chi gli sta vicino ogni giorno, dunque valutare, anticipare una scelta e poi dare il consenso nella fase finale.

Più che una decisione, è un processo decisionale, maturato insieme passo dopo passo, in cui è fondamentale l’intesa, l’alleanza terapeutica tra il malato e coloro che lo assistono”.

Quale ruolo per il medico?

Detto questo, prosegue Orsi, “se il paziente ha espresso la volontà di arrivare ad una sedazione profonda, stento a credere che un medico possa rifiutarsi di procedere in tal senso: dal punto di vista etico e deontologico non può lasciare il malato in uno stato di sofferenza a cui non c’è rimedio. 

Sarebbe ammissibile, invece, il caso in cui un medico che non ha mai somministrato la sedazione profonda passi la mano ad un collega esperto”.

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Dott. Giovanni Maria Scupola

Nato a Lecce. Blogger, web-writer, nurse-reporter. Laurea in Infermieristica (Bari, 2004), Laurea Specialistica (Parma, 2008), Master in Management e Coordinamento (Roma, 2011).

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