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A Genova si è discusso di Medicina di genere e di nuovo paradigma per il Sistema Sanitario Nazionale. Il Farmacista ospedaliero e l’attuazione della Legge 3/2018.

E’ del giugno scorso il Piano per l’applicazione e la diffusione della Medicina di Genere, che seguendo la legge 3/2018 pone l’Italia all’avanguardia in Europa in questo campo. Se è vero che l’OMS definisce la “medicina di genere” come lo studio dell’influenza delle differenze biologiche (definite dal sesso) e socio-economiche e culturali (definite dal genere) sullo stato di salute e di malattia di ogni persona, la necessità di includere questa nuova prospettiva nelle specialità mediche ha una prospettiva ben precisa: garantire ad ogni persona, sia uomo che donna, la migliore cura, rafforzando ulteriormente il concetto di “centralità del paziente” e di “personalizzazione delle terapie”.

Seguendo questa consapevolezza, la sessione Medicina di Genere: nuova frontiera per la sanità, che si è appena conclusa durante il XL Congresso Sifo, ha mostrato come la professione dei farmacisti ospedalieri ha voluto subito confrontarsi sull’argomento, ponendosi al contempo la domanda sull’attuazione delle indicazioni di legge. Perché SIFO ha voluto approfondire il tema? “Negli ultimi anni si è fatta largo la medicina di genere o meglio genere-specifica”, risponde Adriano Vercellone, tutor della Sessione, “si tratta di un approccio innovativo che studia l’impatto del genere e di tutte le variabili che lo caratterizzano (biologiche, ambientali, socio-economiche) sulla fisiologia e sulle caratteristiche delle patologie. In un contesto di Sistemi Sanitari che sempre più dedicano attenzione all’appropriatezza e alla terapia personalizzata, l’approccio genere-specifico può apportare notevoli benefici in termini di esiti di salute e, non di meno, di utilizzo delle risorse. Questa sessione rende evidente che la SIFO è da sempre attenta a intercettare i cambiamenti in corso nel mondo della sanità, con lo scopo di rendere la nostra categoria professionale in linea con l’evoluzione professionale. Ricordiamo, infatti, che uno degli impegni fondamentale di SIFO è proprio quello di stimolare il dibattito e fornire gli spunti per una formazione e un aggiornamento continuo”.

Gli interventi e il dibattito hanno toccato certamente i temi dell’applicazione dell’art. 3 della 3/2018 (che, testualmente, “dispone la predisposizione di un piano volto alla diffusione della medicina attenta alle differenze per sesso e genere. Il Piano applicativo, emanato, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore del provvedimento in esame, con decreto del Ministro della salute, sentita la Conferenza Stato-Regioni, e avvalendosi del Centro nazionale di riferimento della medicina di genere dell’Iss, intende garantire la qualità e l’appropriatezza delle prestazioni erogate dal Ssn in modo omogeneo sul territorio nazionale, mediante divulgazione, formazione e indicazione di pratiche sanitarie inerenti alla ricerca, alla prevenzione, alla diagnosi e alla cura basate sulle differenze derivanti dal sesso e dal genere”). In questo ambito la domanda su cui la sessione si è focalizzata è stata soprattutto una “interrogazione di sistema”: il SSN e le sue professioni (tra cui quella dei FO) sono pronti ad assumere le responsabilità di un “cambio di paradigma” nei confronti delle problematiche di genere? Come ha sottolineato Vercellone i più “recenti atti legislativi hanno posto le basi per costruire strategie di genere a livello sanitario, politico, sociale e culturale, anche molte Regioni iniziano a mettere in campo iniziative in tal senso. Sono certo che i farmacisti del SSN, in accordo con il ruolo che hanno dimostrato di saper assumere nei 40 del nostro SSN, sono già in grado di raccogliere anche la sfida di civiltà e di progresso che riveste la medicina genere-specifica e di operare all’interno della sanità e della società per contrastare le diseguaglianze”.

Altro argomento cardine quando si parla di Medicina di genere è quello affrontato da Emilio di Maria (genetista all’università di Genova): le differenze di genere nella terapia farmacologica e nelle reazioni avverse da farmaci. Come i farmacisti ospedalieri possono tener conto delle differenze di genere nelle terapie e nel follow up? “Dobbiamo tener conto che i farmacisti del SSN nell’ambito della loro attività hanno sempre occasione per un contatto diretto con i pazienti e con i caregiver”, conclude Vercellone, “Nel rapporto farmacista/paziente il dialogo diventa un’occasione di educazione alla gestione del farmaco: può far aumentare la consapevolezza dell’esistenza di una diversità su base biologica nei due sessi, ma può anche far meglio comprendere l’importanza della prevenzione e dell’incidenza sullo stato di salute dei corretti stili di vita”.