Furbetti del cartellino: professionisti sanitari contro. Ecco tutta la verità.

Cartellino: la dottoressa era a lavoro o alla guida?

Sono dei giorni della scorsa settimana, in corrispondenza dell’anniversario dei 25 anni della strage di Via d’Amelio, le notizie di una retata di arresti agli ospedali di Molfetta e Monopoli (BA), per riottosi “furbetti del cartellino”.

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fattispecie ormai divenuta iconica nella pubblica amministrazione, e ovviamente nella sanità, ove però l’onta è maggiore, perché il dolo è non soltanto materiale ma anche più squisitamente morale.

La novità, però, non è nella notizia in sé: abbiamo ancora tutti vivida memoria del dipendente del Comune di Sanremo immortalato dal video della Guardia di finanza mentre timbrava il cartellino in maglietta e senza pantaloni; questa volta l’azione agita dal Tribunale di Bari su richiesta della Procura competente territorialmente, parte da segnalazioni dei cittadini – su comportamenti quindi ben noti a tutti – infatti sembra siano anche coinvolti alcuni dirigenti, per omesso controllo.

E fin qui possiamo, tuttavia, anche inscrivere tali accadimenti in una “normale” (magari fosse sempre così) logica di autotutela del cittadino, sia amministrativa che giurisdizionale.

E quindi perché mai collegare queste vicende con quella del dott. Paolo Borsellino?

In effetti, a parte la coincidenza commemorativa, sembrerebbero fattispecie tra loro non correlabili; invece, ad una analisi più approfondita, così non è.

La visione dello speciale trasmesso su rai 1 venerdì 19 u.s.: LINK 4

ha maggiormente posto l’accento su due nuovi elementi emergenti da documenti desecretati: la inaffidabilità della macchina pubblica che non metteva a disposizione con continuità sia gli uomini (scorta) sia la logistica (computer), ma soprattutto sull’angoscioso stato di solitudine in cui versava il magistrato che aveva ben inteso che non doveva guardarsi soltanto dalle organizzazioni criminali che stava contrastando, ma anche da un congiunto sistema socio-politico che, ormai indubitabilmente, ha creato connessioni con le prime.

Ebbene, sono proprio le fattispecie socio-politiche il fattore comune; ma per coglierne meglio l’essenzialità bisogna invertire le meccaniche in gioco: cioè, pure tenuto conto che, comunemente, non tutti siano disposti a “compromettersi” personalmente con una denuncia o con un esposto, bisogna domandarsi, forse anche con maggiore interesse, cosa succede se le denunce provengono, al pari di quella audizione del maggio 1984 alla commissione Antimafia, non dall’esterno ma dall’interno?

Premettendo che in Italia da quasi un ventennio ad oggi una complessa e via via perfezionata disciplina normativa abbia realizzato una PARTICOLARE TUTELA del dipendente pubblico che segnala illeciti, giungendo alla emanazione della L. 30 novembre 2017, n. 179, che ha attualmente caratterizzato il combinato disposto che si riassume nella attuale denominazione “whistleblowing” (letteralmente “suonando il fischietto” – locuzione di origine anglosassone, utilizzata per identificare l’attività di chi, lavorando in un ente, sia esso pubblico che privato, denuncia illeciti commessi nel proprio ambito, riportandoli alle autorità o a specifici organi o soggetti deputati a ricevere tali informazioni); ebbene, risulta che tali denunce c.d. “interne” siano una vera rarità.

Ed è qui che entra in pieno il parallelismo con il magistrato.

I fenomeni sociali (in particolare le varie “consuetudo loci” interne ai sistemi) molto più dei vari sistemi di potere, giocano un ruolo determinante nella loro esatta similitudine: se in un ospedale inducono un “addomesticamento” verso procedure illecite di soggetti che pure altrimenti sono conosciuti come persone integerrime, che quindi pagano lo scotto eventuale del peccato di non aver reagito in modo autonomo ed indipendente a pratiche tanto diffuse (al pari dell’omertà) quanto pericolose e dannose su più versanti, dall’altra gli stessi andamenti di azione sociale non consentono di riconoscere come giuste le legittime pratiche di denuncia e di notifica di chi invece, sempre dall’interno, fa uso di tali virtù, quindi trasformando i fruitori di questi strumenti di giustizia quali “nemici del sistema”, che, al pari di Borsellino vengono prima emarginati e poi finiti dal fuoco incrociato tanto dei “nemici” quanto degli “amici”, ove quindi possiamo anche azzardare l’ipotesi che odiosi quanto innominabili fenomeni (che pure la magistratura a suo tempo aveva difficoltà ad ammettere) trovino i loro – forse pure in subordine – corrispondenti negli ambienti della sanità.

È così che accade che (nel sud d’Italia) un presidente provinciale di ordine professionale si trova addirittura ad essere perseguito disciplinarmente dalla propria organizzazione nazionale per essersi rivolto alla magistratura, rèo (secondo l’ordine nazionale) di aver espresso apprezzamenti manifestamente denigratori in riferimento di antecedenti progetti confederali, con una posizione, bensì, del tutto legittima e puntuale del presidente provinciale rispetto ad andamenti alquanto non lineari (una vicenda sulla assicurazione professionale, con ben due pronunce TAR contrarie), che peraltro, come direbbe qualche magistrato esperto, «rispondendo ai requisiti di verità, continenza e pertinenza si colloca nell’alveo del diritto di critica», soprattutto alla luce dell’incontrovertibile meccanismo per cui la libera discussione, legittima critica e democratica dialettica risultano fondamentali in ordine allo stimolare il miglioramento dell’organizzazione.

È così che accade anche che (nel nord d’Italia) un professionista della salute, simil modo perseguito disciplinarmente (ed in vero già perseguitato) dalla propria azienda ospedaliera in cui è impiegato, per analogo ricorso alla magistratura (denuncia di esercizio abusivo della professione), si veda letteralmente abbandonato da tutti, anche dalla propria organizzazione professionale di riferimento, che si rifiuta – al livello sia locale, sia nazionale – di ottemperare un pur previsto per legge e dal codice deontologico (e peraltro espressamente invocato), apporto di «interposizione»; tutto ciò malgrado il complesso, robusto e datato combinato disposto che si riassume nella pure famosa locuzione “whistleblowing” , che sancisce l’impossibilità assoluta di sanzioni per il pubblico dipendente che denunci alla autorità giudiziaria.

Ebbene, parafrasando lo zio Ben di spiderman: «with great power comes great responsibility»; quindi laddove la responsabilità si fa concreta, le azioni dovrebbero rivelarsi all’altezza.

In fattispecie del genere serve a poco vantarsi di “progetti pilota” poi ritenuti incompatibili con la norma di legge; servono a molto poco compilazioni di codici deontologici con indebiti e fortemente indesiderati apporti esterni (al punto da domandarsi dove sia finita la più autentica deontologia); serve a molto poco glorificare un operato che, sebbene possa apparire efficiente ed efficace alla stragrande popolazione di adulanti iscritti, non risulta affatto esserlo per quelli che al pari dei cittadini consapevoli e coraggiosi mettono la loro faccia ed il loro operato a disposizione affinché le cose cambino in meglio e non in peggio in questo paese e affinché il rispetto della norma di legge non si fermi sull’inchiostro o sui bit spesi per la loro rappresentazione di formalità. Un operato che in ogni caso andrà ad interessare i destini di più di mezzo milione di professionisti, come dimostra il recente caso, che può essere assurto ad emblema di scelte politiche definibili «inerziali»: la completa passività in occasione della “batosta professionale” contenuta nel decreto del 10 agosto 2018 – determinazione degli standard di sicurezza e impiego per le apparecchiature a risonanza magnetica, ove a fare la voce grossa è stata soltanto una ditta costruttrice: come a dire che gli affari abbiano un ruolo preponderante rispetto alla professionalità esperibile dai professionisti della salute…

Pertanto, senza false modestie da moralizzatori della domenica, ma in qualità di semplici cittadini consapevoli, a 25 anni dalla pure importante e pesantissima esperienza che, giusto caso, vide la contemporaneità di fatti di cronaca che attraversarono nel tempo e nello spazio il nostro paese (Tangentopoli e il Maxiprocesso), e in un periodo che vede lo stesso organo di esercizio del terzo potere in un dequalificante quanto mortificante sconvolgimento generale, è necessaria una riflessione profonda e di ampia portata che riporti i cittadini e tutti i professionisti – prima delle istituzioni di ogni tipo – al rispetto di “regole e leggi”, perché è una abitudine – una sana abitudine – quella del rispetto delle regole, che probabilmente più che riconquistata vada conquistata una prima volta, visto che i fenomeni di associazionismo illegale nati nel meridione d’Italia e poi diffusisi mondialmente, se hanno trovato rapido sviluppo solo dopo il secondo conflitto mondiale, certamente erano già preesistenti in una forma certamente meno organizzata ed aggressiva, ma ben strutturata nelle menti e nei costumi, tant’è vero che il loro debellamento richieda tanto sforzo e tempo.

In buona sostanza la legalità va cercata in ognuno di noi, non necessariamente nei magistrati, che al pari dei presidenti nazionali di ordine possono esercitarla certamente in autonomia, ma altrettanto certamente non in proprio arbitrio e nemmeno trincerandosi nella sordità istituzionale, disgiunti da ogni riflessione e suggerimento che più volte anche da queste righe è stato – legittimamente – lanciato.

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