Aziendalismo differenziato: dal piè di lista al piè di lisca.

Aziendalismo differenziato: dal piè di lista al piè di lisca.

Perché le ASL e gli ospedali continuano ad insistere su sistemi da pseudo spending review?

È da qualche tempo che sentiamo parlare e leggiamo di “regionalismo differenziato” ed ancora stentiamo a capire bene, tra differenti versioni, di cosa si tratti. Muovendo le orme da quanto già posto all’attenzione in un precedente contributo si vogliono analizzare fenomeni più ordinari, sotto gli occhi di tutti gli attori coinvolti a vario titolo nelle attività sanitarie, che pure sono “variati localmente” e che per analogia possono nominalmente aggregarsi nell’appellativo di “aziendalismo differenziato”, con esso intendendo la spasmodica ricerca e studio di cervellotici sistemi di pseudo spending review che le Aziende Ospedaliere vogliono insistere a sviluppare.

Allo scopo di intenderci su cosa sia effettivamente un processo di corretta spending review (in italiano revisione della spesa pubblica), ripercorriamo quanto riporta Wikipedia a spiegazione: «si intende un processo volto a migliorare l’efficienza e l’efficacia della spesa pubblica attraverso la sistematica analisi e valutazione della pubblica amministrazione nelle sue strutture organizzative statali (es. ministeri, tribunali, istruzione pubblica, sanità pubblica ecc.), e territoriali (Regioni, Province, Comuni, ecc.), delle procedure decisionali e attuative, dei singoli atti all’interno dei programmi e dei risultati finali.»

Pertanto, un tale processo ha come obiettivo un generale miglioramento, perché sostanzialmente il risparmio realizzato dalla analisi degli sprechi costituisce integrazione alla spesa utile, mantenendo invariato (c.d. “isorisorse”) l’investimento complessivo.  

Alla luce di tutto ciò, osserviamo, a quasi tre decadi dalla legge 502/92 di aziendalizzazione, che doveva estinguere il pur perverso sistema economico del “piè di lista” – ma anche non favorire fenomeni da inizio “Tangentopoli ”– , tra fenomeni più modaoli che di autentico management: di esternalizzazione e outsourcing dei servizi, che le prestazioni d’opera ad essi collegate, in un imponente giro di appalti (e di danaro) ingenerato, siano oggetto di un lento e sembra inarrestabile depauperamento, stante però una contrattualità che andrebbe invariabilmente onorata, anche dal punto di vista operativo, dal giorno della stipula a quello della scadenza.

Quello che però accade è che:

  • nei servizi mensa si passi, con la scusa di ottimizzare le tanto evocate “grammature”, dall’utilizzo generalizzato del piatto piano da 30 cm a quello da 24; dalla presenza alla assenza (ovvero sostitutiva del primo piatto) del dessert; dalla sempre più ristretta gamma di bevande (per legge tutte analcoliche) fino alla semplice acqua non gassata.
  • nei servizi di pulizie i dichiarati “sistemi certificati” lo siano soltanto in titolo, perché di fatto sono sempre più sbrigativi ed inefficaci: tutte le operazioni sono effettuate a “olio di gomito” con alquanto approssimata: concentrazione dei detergenti e diversificazione delle attrezzature utilizzate (sistema dei c.d. “panni” che poi finiscono in “promiscuità batterica” nelle medesime lavatrici), senza alcun supporto di apparecchi elettrici (in epoca di “cordless” sempre più efficienti), ma soprattutto con carichi di lavoro sempre maggiori e turni stressanti per gli operatori.

Possiamo anche aggiungere che nei servizi ancora mantenuti dalle aziende, non ancora ceduti a chicchessia, sempre che non dilaghi un altro emergente sinistro quanto oscuro acronimo: il PPP – “Partenariato Pubblico Privato” (altro presunto strumento in gara di appalto pro-management per il miglioramento),  pur di non includere nei piani organizzativi aziendali strategici una opportuna équipe di dirigenza sanitaria, nella quale siano rappresentate tutte le 4+1 classi professionali (situazione prevista da poderosa convergenza normativa regionale, nazionale ed europea), soltanto per favorire instancabilmente certo moderno nepotismo di stampo medicocentrico, o per testare nuove formule di riduzione anche del middle management sanitario (si assiste ad una particolare transizione: si è passati dalla lettera di “facente funzione” per aumentare il numero massimo dei coordinatori possibili, alla lettera di “referente” per ridurre ulteriormente i valorosi sopravvissuti a pensionamenti e dimissioni), non si riesca nemmeno ad organizzare turnistiche di lavoro rispettose della normativa vigente, anzi tra riduzione generalizzata del personale, negazionismo di induzione sia di debito orario che di straordinario automatici e di estinzione della flessibilità oraria – stante l’ormai presunto diritto/dovere del dipendente al suo monte ore settimanale – le si contorcano a tal punto da far passare anche la voglia, sostanzialmente perché manca anche il tempo minimo necessario (e soprattutto coincidente), di andare in mensa a vedere se nel frattempo si è ulteriormente passati al piattino da 14 cm: in tal modo fioriscono criptici pic-nic nelle sale relax, cucine di reparto etc. , interamente finanziati a scapito dei redditi dei dipendenti del SSN, che in assenza di fruizione del servizio aziendale nemmeno ricevono un buono pasto sostitutivo …

Qualcuno domanderà: ma i sindacati? Le RSU? Sveliamo subito come operano.

Per quanto ai primi, distinguiamo, durante le sedute di trattativa, due sottocategorie: i parlatori e gli elementi di arredo: mentre i secondi restano muti come una cintura di asteroidi alla periferia di un sistema solare con al centro i rappresentanti strategici, i primi, con funzione di pianeti rocciosi o gassosi, parlano trovando ogni possibile obiezione alle proposte del “Re Sole” Azienda.

Tutto ciò però soltanto nella prima seduta, perché nella seconda tutti, parlatori e complementi d’arredo cessano ogni attività/stazionarietà e firmano i piani Regali, ovviamente a testo invariato rispetto alla prima seduta. Come in ogni sistema planetario che si rispetti, vi sono anche casi di pianeti e planetesimi (per il più instabili o ribelli) che per strani ed imperscrutabili giochi gravitazionali, sono “espulsi dal sistema” … invece tutti gli altri possono continuare a “gravitare” nel sistema del Re Sole Azienda.

Per quanto alle seconde, ammesso che trovino del tempo da dedicare al di fuori delle proprie vitali lotte intestine, praticamente sono degli assenteisti cronici, ed ora che cominciano a capirci qualcosa di cosa dovrebbero fare (sussistendo il numero legale), è ora di nuove elezioni.

Alla fine, però, i lavoratori non capiscono come mai, malgrado i risultati vantati dalle varie sigle sindacali (nonché dalle medesime Aziende  Sanitarie), abbiano sempre la più netta sensazione che, tra l’aumento dei carichi di lavoro e la turnistica da decathlon (se sbagli ritardando o anticipando anche soltanto una timbratura, magari anche semplicemente cambiando la postazione marcatempo, addio a RAR, vestizione, incentivi ed indennità di turno), tutto continui inesorabilmente a peggiorare …

Qualcuno adesso obietterà: cosa c’entrano tutte queste cose con i pazienti e con la salute pubblica?

Risposta: alla fine TUTTO ciò si ripercuote proprio sui servizi destinati ad entrambi. Non bisogna essere dei top manager per capire che il sistema salute (secondo in complessità – forse – solo alle agenzie spaziali) è un vero e proprio “ecosistema”: se tutti stanno bene, tutti possono avere garanzia di continuare a star bene.

Ai dirigenti generali delle aziende sanitarie ed ai loro diretti collaboratori dovrebbe giungere il messaggio che non è possibile scambiare una logica (peraltro anche solo apparente, perché l’economia collegata è invece da capogiro) di risparmio corrosivo tendente a zero per una ottimizzazione della spesa (se investi in concreto zero, hai zero) e che l’articolo 32 della Costituzione Italiana vale anche per i cittadini impegnati a vario titolo nella tutela della stessa salute pubblica:

NON SI PUÒ PENSARE DI “PRODURRE” SALUTE PER LA COLLETTIVITÀ A COSTO DELLA STESSA SALUTE DEI DIPENDENTI DELLE AZIENDE SANITARIE.

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